Twitter: autori o solo chiacchiere indistinte? - Scriplog

24 febbraio 2012
Argomento
Twitter
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‘ho già detto altrove: ultimamente Twitter è (purtroppo) al centro dell’attenzione mediatica, nel senso che i VIP ne parlano in TV e i quotidiani condiscono ogni giorno le pagine dei giornali con una polemica o un trending topic che derivano dal social network. Questo, oltre a dirla lunga sullo stato del giornalismo italiano, rischia di rovinare a mio modo di vedere Twitter, non tanto perché lo possa “far diventare di massa”, cosa che è già avvenuta parecchio tempo fa (e lo snobismo suona un po’ strano in una rete che dovrebbe essere sociale), quanto perché temo possa nascere, su Twitter, la foga di voler apparire sui giornali, l’hashtag interessato, la campagna mediatica.

Tito Faraci in un celebre ritratto di Giorgio Cavazzano

Tito Faraci in un celebre ritratto di Giorgio Cavazzano

Ma non è propriamente di questo che volevo parlare oggi, quanto piuttosto di un effetto legato all’ingresso in grande stile dei mass media nella vita della comunità italiana di Twitter: la perdita del concetto di autorialità (brutto termine, ma è quello giusto).
A mettermi sull’avviso sono stati, tra gli altri, un paio di fatti. Prima ho letto un tweet di Tito Faraci, scrittore di libri e sceneggiatore di alcuni dei fumetti italiani più importanti degli ultimi vent’anni; poi mi è capitato tra le mani un ebook tratto da Twitter.

Andiamo con ordine. Il tweet di Faraci è il seguente:

Che i giornali citino dei tweet senza accreditarne gli autori dà la misura di come twitter sia considerato un vociare indistinto di strada.

L’ebook, invece, è in realtà un t-book e si intitola, semplicemente, #Sanremo, riprendendo l’hashtag che, fino a pochi giorni fa, ha contraddistinto su Twitter le conversazioni sul celebre Festival. Il libro raccoglie una selezione di tweet usciti con quell’hashtag, dispone di un codice ISBN, è scaricabile per ora gratuitamente in PDF ma, a detta dei redattori, verrà messo in vendita presto a 0,99 € in formato EPUB. Inoltre, “#Sanremo” si chiude con la seguente postilla:

Il presente t-book è stato ideato e prodotto nell’arco di tre giorni e, per via della grande mole di dati da processare, non è stato possibile avvisare gli autori dei singoli tweet informandoli che i loro messaggi sarebbero stati inclusi all’interno della pubblicazione.
Nel caso in cui qualcuno degli autori non gradisca essere citato all’interno del tbook può chiedere di essere rimosso contattattando U10.

La vincitrice di Sanremo, Emma Marrone, con i presentatori Rocco Papaleo e Gianni Morandi

La vincitrice di Sanremo, Emma Marrone, con i presentatori Rocco Papaleo e Gianni Morandi

Personalmente condivido l’affermazione di Faraci: non solo i giornali giudicano Twitter un “vociare indistinto”, ma mi sembra che a volte pure gli utenti di Twitter siano dello stesso parere. Mettiamo il caso che un utente non si accorga che una manciata di suoi tweet è stata “citata” nel libro “#Sanremo”: neppure saprà di essere comparso in un libro, cosa che mi pare quantomeno scorretta. Se poi il libro, come pare, viene venduto (per rientrare nelle spese? E, se sì, quali spese? Oppure perché il servizio di editoria digitale non ammette libri gratuiti?), chi corrisponderà tra centinaia di autori i giusti diritti economici?

È vero, Twitter è un servizio gratuito, noi tutti scriviamo sul social network non per averne un vantaggio economico ma per il gusto di farlo, ma questo non significa che qualcun altro possa trarre vantaggio economico da quello che scriviamo, no? Certo, il t-book dei ragazzi di U10 è fatto in buonissima fede e gli introiti saranno probabilmente talmente bassi da essere sostanzialmente indivisibili tra tutti gli autori, ma ciò di cui sto parlando è un principio generale, che va al di là del caso contingente: chi scrive su Twitter è un autore (e quindi ha i diritti e i doveri di un autore) oppure no?

Io, per la mia storia personale (ho pubblicato un libro che raccoglie i miei tweet), ovviamente penso che tutti, su Twitter, siamo degli autori, quantomeno quando riportiamo delle frasi create da noi; quando retwittiamo, citiamo o postiamo un link siamo solo dei “passaparola”, questo è vero, ma quando creiamo una frase, veicoliamo un concetto, facciamo una battuta, quella è nostra. Ne siamo i creatori, raccontiamo delle storie e in questo siamo scrittori e artisti. Poi si può discutere sulla qualità di queste storie, sul loro valore letterario e artistico, ma è innegabile che abbiamo creato qualcosa. E allora quel qualcosa è nostro e solo nostro.

Maurizio Crozza

Maurizio Crozza

Se qualcuno si appropriasse di una mia battuta, senza citarne la fonte o, peggio ancora, spacciandola per propria, mi dispiacerebbe parecchio. E non credo che succederebbe solo a me. Guardate cos’è successo, poche settimane fa, con Maurizio Crozza: il “popolo di Twitter”, come amano definirci i giornali (considerandoci ancora una volta come un’unica voce), ha scatenato una polemica col celebre comico, reo, secondo l’accusa, di aver copiato delle battute dal social network. Lui ha risposto in maniera piccata e poco simpatica, ma nella sostanza ritengo che avesse ragione: quelle battute erano abbastanza banali (giocate sul concetto che “a Roma nevica ogni morte di papa”) e quindi poteva darsi benissimo che persone diverse, senza conoscersi, avessero avuto le stesse idee. Ma gli utenti di Twitter si sono sentiti defraudati e questo sentimento è comprensibilissimo e, se suffragato da sospetti più forti di quelli emersi in quel caso specifico, pure giusto.

Tra le argomentazioni sfoderate da chi difendeva Crozza in quel caso, la più usata era la seguente: i comici hanno sempre copiato (ad esempio Gino Bramieri raccontava barzellette che sentiva in giro), ma l’importante è come si interpreta la battuta, come la si presenta, con quali tempi comici. Sì e no, direi: ci sono battute e battute. Le barzellette, per esempio, tutti sanno che derivano spesso da un passaparola popolare, che non hanno un vero ed effettivo autore; le battute tout court, però, e soprattutto quelle che non si basano sulla mimica ma sul concetto, hanno un autore ben chiaro, sono frutto di un processo creativo individuale (mentre le barzellette si arricchiscono di volta in volta, passando di bocca in bocca). Insomma, come argomentazione per difendere Crozza mi sembra un po’ debole, anche perché Crozza è più bravo nella formulazione intellettuale della battuta che non nei tempi comici, nei quali dimostra poco ritmo; una sua battuta scritta, insomma, fa ridere quanto – e forse di più – di una recitata.

Le battute, i commenti, le opinioni su Twitter non sono un vociare indistinto, presentano personalità diverse, intelligenze diverse, stili diversi e quindi sono opera di diversi autori. E, in quanto tali, questi tweet possono certamente essere citati ma non possono essere usati per costruire un intero libro su di essi, senza nessuna aggiunta né creazione parallela, senza il consenso esplicito dell’autore, soprattutto se il libro viene poi anche venduto. Altrimenti siamo noi stessi autori di Twitter a darci la zappa sui piedi, a non trattarci da autori ma a ridurre le nostre creazioni a mero chiacchiericcio (nel senso heideggeriano del termine).

  • Bravo Scrip, bravissimo. Io grazie a te mi accorgo di essere stato citato (a nome mio o Twitstupidario) per 4-5 volte. Questi vendono il libro e ci guadagnano. Come la mettiamo? Mi fa piacere esserci, ovvio…ma mi scoccia che ci facciano su i fattacci loro. Indipercui?

  • Caterina Certo

    Mi ha fatto davvero piacere leggere questo post. Al di là dei guadagni o altro, è una questione di rispetto nei confronti della creatività degli altri, anche quando la creatività si concretizza solo in una battuta divertente.
    Concordo anche sul livello del giornalismo italiano che sfrutta il sarcasmo di alcuni tweet per spacciare per propri originalissimi titoli, patetico è dire poco.
    Applauso per il riferimento heideggeriano. 🙂