La campanella digitale/6 - La privacy degli studenti e i diritti della scuola - Scriplog

19 marzo 2012
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ell’articolo di questa settimana per “Scuola che fa rete” mi chiedo se esiste un diritto degli studenti a parlare male dei prof su internet.

Una delle domande che mi viene rivolta più spesso, agli incontri di presentazione del mio libro o in aula insegnanti tra un’ora e l’altra, è di cosa parlano i ragazzi su Facebook. Da quando ho iniziato a parlare di didattica digitale e rapporto alunni-insegnanti sui social network sono infatti diventato una specie di guru per i colleghi più anziani, che sembrano molto incuriositi non tanto dall’usare in prima persona tali reti sociali quanto dallo scoprire che uso ne fanno le giovani generazioni e, se possibile, i loro stessi allievi.
La curiosità è più che lecita: sapere cosa pensano, cosa fanno e come occupano il tempo libero gli studenti può essere molto utile anche in chiave didattica, per capirne le esigenze, correggerne le storture, svolgere un vero e proprio compito educativo.
Da parte mia rispondo sempre nel medesimo modo: per non incorrere in situazioni imbarazzanti preferisco, di norma, non diventare “amico” sui social network dei miei studenti se non quando si diplomano o io mi trovo a cambiare scuola. I motivi che stanno dietro a tale atteggiamento sono molti, e altrove ho cercato sommariamente di elencarli; quello principale, però, è balzato in questi giorni agli onori della cronaca grazie a un fatto accaduto in una scuola media degli Stati Uniti.

I fatti, in sintesi: una ragazzina di dodici anni del Minnesota sta facendo causa assieme alla sua famiglia al suo istituto scolastico, la Minnewaska Area Middle School, perché il preside e alcuni professori l’avrebbero costretta a fornire loro la password per accedere alla sua bacheca di Facebook. In pratica, la ragazzina avrebbe più volte da casa parlato male di alcuni professori e compagni sulla propria pagina Facebook, una pagina si badi bene non pubblica ma visibile solo ad una cerchia di amici da lei approvati, e i docenti, saputa la cosa da una – se vogliamo chiamarla così – “gola profonda”, avrebbero deciso di esercitare forti pressioni sulla ragazza per poter verificare se tali commenti erano effettivamente stati fatti e per poi punire la ragazza stessa.
Il dibattito, in America, è ora apertissimo: ha la scuola il diritto di indagare su quello che i ragazzi fanno a casa? Ha senso che i professori puniscano i ragazzi perché questi dicono di odiare il professor X o la professoressa Y? Può, in buona sostanza, la scuola sostituirsi alla famiglia nel vigilare i ragazzi? Fino a che punto può spingersi e dove invece si deve fermare davanti alla privacy dello studente?

La questione non è semplice, ma provo ad azzardare una linea di confine: il fatto che i commenti incriminati siano pubblici o meno. Da che mondo è mondo tutti gli alunni parlano male dei loro professori o si lamentano della scuola: l’abbiamo fatto anche noi, in maniera più o meno pesante a seconda dell’indole e dell’educazione di ognuno, ed è stupido pensare che le giovani generazioni non ricadano nella stessa abitudine. La differenza tra noi, nati in un’era pre-digitale, e loro è che noi lo facevamo a voce, senza lasciare nulla di scritto, mentre i giovani d’oggi usano le bacheche di Facebook, dove la traccia rimane e rimane, ben visibile, l’autore del commento.
Ripeto: il confine dev’essere la pubblicità del commento. Se un ragazzo sparla dei suoi professori in maniera privata, limitandosi a condividere i propri pensieri con degli amici, non c’è un reale problema: la dignità della scuola è comunque preservata, così come quella dei docenti. Diverso è il discorso se invece i ragazzi espongono pubblicamente le loro idee; ma anche in quel caso, la scuola a mio avviso può e deve intervenire solo nel momento in cui si configuri un reato (diffamazione, offese e simili) e non per una qualsiasi lamentela che sta nel naturale ordine delle cose. Insomma, la scuola deve tutelarsi ma non può certo trasformarsi nel Grande Fratello di orwelliana memoria, pena la perdita di una qualsiasi credibilità e ruolo formativo nei confronti dei propri alunni.

Concludo con uno spunto, che potrebbe facilmente chiudere la questione: perché non dare il via, ma seriamente e con impegno, a dei corsi di alfabetizzazione degli studenti ai social network? È una cosa di cui ci sarebbe un grandissimo bisogno, soprattutto alle scuole medie.