La campanella digitale/7 - È possibile rispondere alla farsa dei libri digitali? - Scriplog

2 aprile 2012
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ell’articolo di questa settimana per “Scuola che fa rete” affronto lo spinoso tema delle adozioni dei libri che, come forse saprete, quest’anno devono essere almeno in parte disponibili in rete.

Se, come me, siete insegnanti, sapete che questo è uno dei periodi più caldi dell’anno. Non tanto per le verifiche, i Consigli di Classe e le eventuali valutazioni infraquadrimestrali, quanto per l’invasione dei rappresentanti editoriali, tipi più o meno loschi che si appostano in aula insegnanti, pronti a catapultarsi sul malcapitato che passa un attimo a riporre i libri o il registro nell’apposito cassetto, e tempestarlo di chiacchiere, volumi omaggio, richieste.
Quest’anno tale incombenza è ancora più pressante: la nuova normativa, che vuole adottati solo libri che siano disponibili almeno in parte anche in formato elettronico e che prevede che non si possano cambiare tali adozioni per 6 anni nelle scuole superiori, è finalmente entrata in vigore senza più eccezioni e deroghe e quindi tutti i docenti sono caldamente invitati dai dirigenti a controllare se il libro già in adozione dispone della versione online ed eventualmente a cambiarlo.

Peccato che come al solito in Italia valga la regola aurea del “fatta la legge, trovato l’inganno”. Una normativa pensata per innovare la fruizione del libro di testo e soprattutto per permettere alle famiglie di risparmiare una discreta manciata di euro è stata completamente neutralizzata nell’uso comune, tanto che nella quasi totalità delle scuole nulla cambierà rispetto agli anni scorsi. L’escamotage, infatti, sta tutto nel fatto che la legge parla di “formato misto” e quindi ammette libri in parte in formato cartaceo e in parte in formato elettronico: alle case editrici è bastato riversare in rete un minimo di contenuti scaricabili (molto spesso un solo capitolo, o un approfondimento) per rendere il proprio volume vecchio stampo adeguato alla norma.
Anche in quei (rari) casi in cui il libro è completamente scaricabile, il costo è solo lievemente inferiore al libro cartaceo, non consentendo un reale risparmio per le famiglie se esse si devono poi sobbarcare la spesa di un tablet, di un portatile o della stampa casalinga di alcuni capitoli.
Insomma, il treno dell’innovazione ci sfiora sempre ma noi lo lasciamo candidamente passare, per preservare gli affari in questo caso degli editori di libri scolastici, che da decenni traggono profitto da un sistema come quello dell’istruzione pubblica che dovrebbe avere invece ben altre finalità.

Per fortuna, da varie e diversissime zone d’Italia arrivano però segnali incoraggianti di scuole che stanno cercando di sfruttare questa normativa e renderla efficace non solo nella forma ma anche nella sostanza. All’ITIS “Majorana” di Brindisi, secondo quanto riferisce Repubblica, hanno da qualche anno dato vita al progetto “Book in progress”: in pratica gli insegnanti producono direttamente i libri di testo per tutte le materie, libri di testo che vengono messi in vendita a prezzo di costo (il dirigente della scuola, Salvatore Giuliano, parla di una media di 35 euro contro i 350 che solitamente vengono spesi dalle famiglie coi libri tradizionali). Progetti simili sono stati attuati, negli anni scorsi, in decine se non centinaia di istituti sparsi lungo la penisola, ma spesso si trattava di sperimentazioni limitate ad alcune materie e non applicate su larga scala.
Ora però queste idee cominciano a circolare un po’ in tutte le scuole, perché sono perfettamente legali, stimolanti, economiche e permettono ai docenti di sbarazzarsi di testi che, nel migliore dei casi, rappresentano un compromesso al ribasso. Se a tutto questo aggiungiamo che il libro digitale permetterebbe di abbattere anche quei 35 euro di costo residuo, viene da chiedere: cosa ci blocca? Cosa ci frena? Cosa ci impedisce di imporre su larga scala un modello del genere?

Ancora una volta, la risposta è: la mancanza di impegno, motivazione e remunerazione. All’ITIS di Brindisi lo sanno bene: «È tutto lavoro gratuito. Scrivere, stampare, impaginare, spesso di domenica, d’estate, ad agosto», riferiscono due docenti di chimica, che però subito dopo sottolineano la soddisfazione e la passione che queste operazioni risvegliano. E però siamo sempre lì: i professori sono sottopagati e sottovalutati (per non dire della scarsa abitudine a scrivere, ad usare i supporti informatici e così via). Hanno voglia di invertire la tendenza autonomamente, nonostante tutto, senza che dall’alto arrivi un’imposizione?