La campanella digitale/11 - Quando la vita fa irruzione a scuola - Scriplog

28 maggio 2012
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orna, come di consueto, l’articolo quindicinale che scrivo per “Scuola che fa rete“, anche se stavolta parlo solo di striscio di innovazione digitale e mi dedico ad altri fatti che hanno sconvolto, è proprio il caso di dirlo, il nostro stare in classe.

Sabato ho comprato il Corriere della Sera. Lo faccio ogni settimana perché al giornale allegano, a un sovrapprezzo risibile, alcuni interessanti classici latini e greci. Sabato, appunto, c’era l’Arte di amare di Ovidio.
In ogni caso, il titolo in maggior rilievo della prima pagina del quotidiano era quello di taglio che, testualmente, recitava: «Premiato il merito a scuola. Borse di studio, meno tasse, stage nelle aziende. Piano del governo per i più bravi, ogni istituto sceglierà lo studente dell’anno». Manco in America. E comunque, perché così tanto spazio a una notizia così poco spettacolare quando si poteva parlare dell’arresto del maggiordomo del papa (notizia troppo antivaticanista?), del presidenzialismo alla francese (Berlusconi è passato di moda?), delle elezioni in Egitto (chissenefrega dell’Africa?). Ma non è di questo che vi voglio parlare.

Repubblica, da par suo, ha risposto sfoderando, tra gli altri, un titolo che non c’entra niente con l’articolo di riferimento. Sta infatti per uscire in Italia, da Garzanti, l’ultimo libro di Paul Krugman, economista premio Nobel nel 2008 e in odore di un incarico nella nuova amministrazione Obama, se l’attuale presidente dovesse essere riconfermato a novembre: Fuori da questa crisi, adesso. Davanti a mille temi economici che si potevano approfondire, Repubblica sottolinea invece il fatto che Krugman proponga delle politiche keynesiane, cioè che lo Stato paghi persone “per far delle buche e poi riempirle”, come si diceva un tempo, e in particolare che, secondo lui, lo Stato dovrebbe riassumere gli insegnanti disoccupati. Musica per le orecchie mie e dei lettori di Repubblica, evidentemente. Ma non è nemmeno di questo che vi voglio parlare.

Dieci giorni fa, ed è invece di questo di cui vale la pena parlare, la nostra scuola, meglio ancora la mia scuola, è stata sconquassata da una coppia di tragedie difficilmente eguagliabile.
Sabato 19 stavo facendo lezione sugli stoici. Parlavamo di logica, di paradossi, di suicidi avvenuti duemila e passa anni fa. Da una collega ci arriva la notizia dell’attentato di Brindisi, notizia sentita alla radio venendo a scuola. Non ci sono ancora morti, si ipotizza la pista mafiosa. Rimaniamo attoniti. Dopo un po’ riproviamo a riprendere la lezione, ma io stesso vado avanti incerto. L’ora successiva ce l’ho “buca” e quindi tiro fuori l’iPad, consulto qualche giornale online, leggo. In quinta, all’ultima ora, chiedo se sanno; sanno. Non abbiamo però granché da dirci, ho il timore di sembrare retorico e quindi inutile. Facciamo lezione.

Nella notte tra sabato e domenica, poi, lo saprete, il terremoto che ha devastato parte dell’Emilia e zone limitrofe. Io insegno in provincia di Rovigo, ma in una scuola che si trova a 20 km dall’epicentro, e ho studenti che arrivano proprio dai paesi più colpiti. Lunedì la scuola è rimasta chiusa, perché la struttura ottocentesca dell’edificio è bella solida ma i cornicioni, i controsoffitti e tutte le aggiunte più recenti no.
Giovedì sono tornato, in un istituto che comunque era transennato e con aule inagibili già prima del terremoto. Più che far lezione, ho ascoltato le storie dei miei studenti. Molti dormono in auto, in camper, e rientrano in casa solo per fare una doccia in fretta e furia o per lavarsi i denti, nonostante i vigili del fuoco lo sconsiglino. Alcuni si sono feriti scappando fuori di casa la notte della grande scossa. Tutti sono stressati, sconvolti, impauriti. Eppure continuano quasi tutti a venire a scuola, un po’ perché rimanere vicini a casa è peggio, un po’ perché si è a fine anno e bisogna tirar su le medie, recuperare le insufficienze.

La scuola è un bel microcosmo, spesso chiuso in se stesso. Anche qui, in queste pagine online, parliamo di innovazione, cambiamenti, strumenti digitali. Parliamo di dettagli. Ma poi il mondo, la vita volenti o nolenti fanno irruzione anche nella scuola, e riportano tutto nella giusta prospettiva.
La scuola ha lo scopo di far maturare i ragazzi, ispirando in loro l’amore per il sapere, per la precisione, per la ricerca. Ma la forza, la dignità, il senso morale spesso, alla scuola, lo possono ispirare i ragazzi stessi. Per fortuna.