Gangnam School - Scriplog

21 ottobre 2012
Argomento
Scuola
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uello che vedete qui sopra, e che nei giorni scorsi ho linkato nei vari social network, è un video realizzato dal Liceo Artistico “Bruno Munari” di Castelmassa, dove insegno, sulle note del brano coreano Gangnam Style, successo del momento. Il filmato, realizzato di fatto sotto la guida di un’unica docente, ha generato reazioni molto contrastanti all’interno della scuola. L’idea balenava nella mente di questa prof di lettere già da almeno un paio di settimane: me ne aveva parlato mentre stavamo andando a una riunione per il sito internet dell’istituto. Io non avevo ancora mai sentito parlare di questa canzone né del relativo ballo-tormentone, e l’idea sulle prime mi sembrò un pochino bislacca: perché un’insegnante d’italiano avrebbe dovuto prestarsi a lavorare a una canzone di un pop che sconfina nel tamarro? Che c’entrava col programma e addirittura con la scuola? Mica siamo su Glee – mi dicevo -, e comunque su Glee un minimo di selezione la fanno. Ero, insomma, un po’ dubbioso, ma la cosa più di tanto non mi toccava.

Passa una settimana e, mentre sto facendo lezione in un’aula del primo piano, sento assieme ai miei studenti dei forti rumori provenire dal corridoio. Io e gli alunni ci guardiamo perplessi: abbiamo già avuto il terremoto l’anno scorso, ora ci mancano solo le bombe. Rientra in classe una ragazza che era andata in bagno: «Prof, dicono di non uscire assolutamente perché devono registrare un video per l’orientamento». Sulle prime non penso a Gangnam Style, della quale ho rimosso ogni ricordo.

Alla fine dell’ora lasciamo l’aula e troviamo il corridoio inondato da pezzi di carta bianca; in fondo spunta anche un grosso ventilatore, spento. Dai discorsi degli studenti ricostruisco la scena (che si vede nei primi minuti della clip) e ricordo i discorsi della collega. Da parte mia continuo a non avere idee precise sull’argomento, ma i ragazzi del triennio, esclusi dalla partecipazione all’iniziativa, passano dal sarcasmo alla accesa superiorità: «Che scemenza», «Faremo una figura di merda planetaria», «Cose da gente senza cervello», sono le frasi che dicono più volentieri prima di correre in classe a sbagliare gli apostrofi degli articoli indeterminativi. In aula insegnanti il clima non è migliore: si parla di un finanziamento erogato direttamente dalla dirigente senza passare per il Consiglio d’Istituto, di mancato rispetto delle procedure e via così. Una bufera, e stavolta non di coriandoli. Io rimango perplesso ma cerco di svicolare: in fondo sono il “prof pop”, quello che su scemenze di questo tipo ci ha fatto pure un libro, quindi tutti sospettano di me e mi guardano come probabilmente si guardava un collaborazionista nella Francia occupata.

Poi, finalmente, il frutto di tanto lavoro esce, pubblicato su YouTube: i ragazzi lo vedono in aula informatica e me ne parlano, dividendosi ancora una volta tra entusiasti e ipercritici, e quando arrivo a casa procedo anch’io alla visione. La clip non la trovo brutta: si vedono spesso gli interni dell’edificio, si notano le opere degli studenti appese alle pareti e le statue dell’aula di disegno dal vero; certo, ci sono anche dei cavalli, che con il liceo non c’entrano nulla, e un tizio vestito di giallo che non ho ancora capito chi sia, ma era inevitabile concedere qualcosa all’originale coreano.

La sorpresa, però, non arriva dal video; arriva quando lo linko su Twitter e soprattutto Facebook. Arriva perché il link comincia ad essere condiviso, quasi sempre con grande divertimento e da persone non certo di basso livello (fior di laureati, giornalisti, perfino mamme); proprio quel filmato che – dicevano i più critici tra professori e alunni – dava una pessima immagine ed era di dubbio gusto.

Il fatto, in conclusione, credo sia questo: l’orientamento scolastico, quella pratica con cui cioè ogni scuola superiore cerca di anno in anno di accaparrarsi più studenti delle medie possibili per mantenere i posti di lavoro dei propri docenti, è da molti anni nient’altro che una pratica pubblicitaria; è qualcosa che con la cultura non ha niente a che fare, e forse c’entra poco anche con l’istruzione. Bene o male che sia, è così che va il mondo. Se non si vuole morire, chiudere, perire per le poche iscrizioni bisogna quindi capire che con venti minuti didascalici in cui un professore noioso spiega la bellezza del proprio liceo non si attira nessun tredicenne. Anzi, i tredicenni nemmeno li fanno partire, quei video: possono essere eleganti, precisi, raffinati, ma nessuno mai cliccherà sul tasto play.

La cover di Gangnam Style della mia scuola, invece, ha un grande pregio: viene pubblicata nel momento di massima popolarità della canzone e usa un linguaggio (la cover su YouTube) moderno, agile, adatto ai tempi. È una cafonata? Sì, certo, ma a quindici anni o si è cafoni o si è sfigati, almeno nel 90% dei casi, e bisogna anche che iniziamo ad ammetterlo. È un prodotto culturale? Ne dubito, però è un prodotto pubblicitario, perfettamente pubblicitario. Le pubblicità delle auto o dei profumi presentano sempre belle donne, bei maschi o belle famiglie e, giusto sullo sfondo, le macchine o le boccette di profumo, in modo che si sia portati ad associare tanta “coolness” a quella marca. Allo stesso modo funziona questo video: vi accalappia con Psy e intanto vi fa vedere dei ragazzi che si divertono nella nostra scuola. Cosa c’è di meglio per spingere degli adolescenti ad iscriversi?

  • Nerella Pavan

    Idea fantastica. Brava prof.!

  • ragazze del liceo artistico

    Siamo tre ragazze del liceo artistico Bruno Munari e anche noi abbiamo partecipato al video! Anche dopo tutte le critiche lei e’ l’unico che e’ riuscito a comprendere il vero senso del video 🙂 e nonostante tutto siamo fieri del lavoro che abbiamo fatto e dobbiamo dire che e’ stata un esperienza davvero divertente!
    Saluti.