Renzi e Lucia - Scriplog

3 dicembre 2012
Argomento
Politica
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L
‘altroieri, 1° dicembre, Repubblica ha lanciato in edicola una nuova iniziativa editoriale intitolata “Save the story”: si tratta di una collana in cui alcuni celebri narratori italiani riscrivono capolavori della letteratura che – a detta del quotidiano – rischiano di cadere nell’oblio, adattandoli ad un pubblico di bambini o ragazzini. Una serie di 10 libri che vede le firme di Umberto Eco, Andrea Camilleri, Stefano Benni, Melania Mazzucco ma anche scrittori stranieri come Abraham Yehoshua, Jonathan Coe e altri. E, dulcis in fundo, quella di Alessandro Baricco.
La collana non è in realtà nuova: pensata dalla Scuola Holden di Baricco due anni fa, è già sbarcata in libreria ed ora viene soltanto riedita per il grande pubblico del quotidiano romano, dove il fondatore della Holden sembra aver messo radici.
Nonostante la mia avversità per Baricco – che ritengo un feticista della parola fine a se stessa – l’iniziativa non è malaccio: online si può leggere il primo capitolo de “I promessi sposi” riscritti da Eco e quel libro lo metterei (e forse lo metterò) volentieri in mano a un mio pargolo in età da lettura, quando sarà il momento.

Al di là delle analisi letterarie, ho trovato però una coincidenza singolare il fatto che il volume manzoniano uscisse alla vigila del ballottaggio tra Renzi e Bersani per la guida della coalizione di centrosinistra alle prossime politiche. Singolare perché, anche per la vicinanza fonetica, ritengo che questo “Save the story” di Renzo e Lucia abbia gli stessi pregi e difetti del progetto che Matteo Renzi ha provato in queste settimane a mettere in campo, uscendo sconfitto da Bersani.

Ma andiamo con ordine. Intanto diciamo che non sono andato a votare alle primarie del PD, né al primo turno, né, ieri, al ballottaggio. Non l’ho fatto essenzialmente per due motivi: da un lato, ho trovato cervellotica la procedura necessaria alla registrazione – procedura che non era stata richiesta qualche anno fa nel duello Bersani-Franceschini e che, mi pare evidente, è stata messa in campo per arginare il voto degli indecisi, dei simpatizzanti infedeli, di chi in passato ha votato altrove – e dall’altro perché né Bersani né Renzi mi hanno convinto fino in fondo.

Bersani, per quanto mi sia sempre sembrato una brava persona, politicamente non mi esalta: da lui in tutti questi anni non è mai venuto un solo slancio, una sola idea nuova; il suo compito è semplicemente quello di arginare le idee malsane degli avversari, difendere tutto (e a volte il contrario di tutto) e far rimanere in piedi il partito. Compito encomiabile, per carità, ma che non salverà l’Italia: tutti i problemi emersi in questi anni non sono solo colpa di Berlusconi, anzi. Berlusconi, in fondo, non ha fatto granché: troppo impegnato a badare ai propri affari personali, è difficile imputargli l’immobilismo della nostra economia, che invece ha radici ben più profonde e che investe in toto il ruolo di tutta la classe politica e delle associazioni di categoria, sia quelle degli imprenditori che quelle dei lavoratori. Un immobilismo di cui Bersani non è certo responsabile, ma che dubito il segretario del PD potrà risolvere: i suoi alleati gli chiedono la sacrosanta difesa dei diritti acquisiti (cioè quelli delle generazioni più vecchie), e io in tutti questi anni non ho sentito niente di nuovo rispetto a ciò che il centrosinistra ha fatto dall’epoca del primo governo Prodi – anno del Signore 1996, 16 anni fa – in poi. Immagino che la soluzione ai conti in rosso sarà un aumento ulteriore delle tasse, che toccherà stavolta le classi più alte ma non lascerà certo indenne neppure il ceto medio, accentuando – con solo qualche correttivo – quanto già fatto da Monti; e dubito però che questo ci farà uscire dalla crisi o farà calare la disoccupazione giovanile.

Di Renzi, invece, ho apprezzato molti punti del programma, mentre mi hanno lasciato perplesso un po’ lo stile e le compagnie del sindaco fiorentino. Un partito più snello e meno invischiato nei finanziamenti pubblici, una spinta verso la new economy, qualche idea nella direzione di una meritocrazia che il PD invoca sempre ma che non si sogna nemmeno lontanamente di mettere in pratica: insomma, tante cose che da anni vorrei sentir dire da Bersani le ha dette Renzi. Certo, il sindaco è un’incognita completa, e su questo hanno avuto buon gioco i sostenitori di Bersani: hanno ricordato la sua visita ad Arcore, hanno sottolineato che lui piace a quelli del centrodestra, hanno rimarcato il ruolo di Giorgio Gori, come se aver lavorato per Berlusconi fosse una macchia indelebile (evidentemente non ricordando che il PD e il suo establishment non sono riusciti in vent’anni a fare uno straccio di legge sul conflitto di interessi: francamente, il Partito Democratico mi pare abbia lavorato per Berlusconi molto più di Giorgio Gori). Per quanto riguarda me, Renzi mi è sembrato fin dall’inizio un po’ troppo piacione, un po’ troppo retorico, un po’ troppo Baricco-style – e, come detto, a me Baricco proprio non piace. Per questi motivi non ne ero un sostenitore agguerrito e non sono andato a votarlo; ma, in fondo, se avessi dovuto scegliere, probabilmente avrei scelto lui, più che altro per provare a cambiare.

Insomma, tornando al “Save the story” da cui eravamo partiti, Renzi mi pare simile alla collana di Repubblica: un ammasso di retorica e belle idee irrealizzabili, un attacco un po’ furbetto ai mostri sacri, una forma di giovanilismo dal facile appeal; cioè, in pratica, un insieme di cose che ti fanno storcere il naso. E, per di più, come in “Save the story” c’è di mezzo Baricco, il che non è mai un buon segno. Però, come dicevo, online c’era il primo capitolo gratis de “I promessi sposi” e l’ho letto, e non l’ho trovato male, almeno per il pubblico a cui era diretto; e in fondo può darsi anche che in certi momenti ci sia bisogno di una rinfrescata, di un linguaggio nuovo, di aggiornare i modi. Per far questo bisogna anche osare, bisogna provare ad aprirlo, il libro. Quello che voglio dire è: può darsi benissimo che Renzi fosse una bufala, un fuoco di paglia, un Berlusconi in tono minore, ma a priori non possiamo saperlo; lo possiamo al massimo sospettare e nulla più. Bersani invece sappiamo cos’è: è i “Promessi sposi” nella versione di Manzoni, quella che tutti considerano valida ma che nessuno legge, perché tanto si sa già come va a finire, si conoscono già le parole dei bravi, la fifa di don Abbondio e tutto il resto. Bersani al governo c’è già stato, e ha cominciato ad esserci pure lui 16 anni fa, quando Renzi era forse ancora al liceo, quando tutti noi eravamo ancora al liceo: parliamo tanto di rinnovamento della classe politica e poi al primo giovane che si fa avanti ci viene la tremarella e iniziamo a fare il tifo forsennato per il più rassicurante dei nonnetti?

Ieri in tv ho sentito un sostenitore di Vendola dire che Renzi è un fanfarone che fa mille promesse che forse non potrà mantenere, mentre Bersani è uno che promette solo ciò che potrà realizzare. Che è come dire che Bersani non promette niente perché sa che non riuscirà a fare niente. Allora la domanda è: per i nostri figli vale la pena comprare una copia de “I promessi sposi” che è la stessa che abbiamo letto al liceo, e che già allora non ci era piaciuta e ci aveva deluso, o si può tentare qualcosa di nuovo? Si può sperare di vedere realizzata almeno una delle cento promesse (come in fondo è accaduto a Obama, di cui siamo tutti sostenitori finché si trova dall’altra parte dell’Oceano), o è meglio partire sapendo già che non se ne realizzerà nemmeno una?

ps.: tra i commenti del dopo-voto, leggo un D’Alema che dice “Ora sono rilassato” e un Renzi che ammette “Ho finalmente fatto una cosa di sinistra: ho perso”, e direi che Renzi vince 10 a 0.

  • Martina

    Come al solito mi trovi d’accordo su molti punti, ma vorrei condividere con te alcune cose che credo si possano leggere da un punto di vista diverso.
    Inizio con una precisazione. Il tweet “Matteo Renzi riconosce la sconfitta. Finalmente qualcosa di sinistra. #pday” non è di Renzi, ma di Umberto Romano (@Umb80). Renzi l’ha citato dicendo che è una “battuta bellissima”, dimostrando certo di avere un gran senso dell’ironia, ma soprattutto di sapere come “uscire bene”.
    Mi sembra una forzatura un po’ retorica confrontare quello che ha detto Renzi con quello che ha detto D’Alema: la battaglia non era Bersani – Renzi?
    Se vogliamo guardare ai commenti di terzi, anche Feltri che sostiene Renzi non è proprio un vanto, no? Purtroppo o per fortuna la stima non è un sentimento sempre biunivoco, ed entrambi i contendenti hanno sia sostenitori illustri che imbarazzanti.

    Bersani ha detto che vuole rinnovare, ma se noi quando vince ascoltiamo solo quello che dicono Bindi e D’Alema la retorica del vecchio ha gioco facile, non ti pare?
    Neanche a me convince né l’uno né l’altro (ho votato Puppato al primo turno) e la tentazione di essere critici e, concedimelo un po’ disfattisti, come solo noi elettori di sinistra sappiamo fare è tanta.
    Però vorrei sforzarmi di ricordare che Bersani ha in programma molte cose che condivido (e che erano presenti anche nel programma di Renzi), ha sottolineato molte volte quali sono le sue priorità e mi sembra una persona intelligente.
    Vorrei fare quello che, a mio parere, è tra i principali motivi per cui la destra ha governato per tutti questi anni: avere fiducia in coloro che ho votato. Senza dimenticare di fare le punte alle matite, certo. Ma anche senza temperarle prima ancora di usarle. (ma senti qua, sto già facendo similitudini improbabili…aiuto!).
    E per tornare sulla tua metafora dei grandi classici, attualizzare la Divina Commedia “alla Baricco” può renderla più potabile per tutti, ma se a leggerla tal quale è Benigni ci fa la sua porca figura!
    Ecco Bersani non è Benigni, ma ci apprestiamo a vederlo in un nuovo ruolo e in un nuovo contesto storico e politico.
    Magari è sempre la Divina Commedia, ma potrebbe essere che l’interpretazione di questo “bersaniano moderato” sia più originale di quanto lascino immaginare i suoi groupies.

    • scrip

      Condivido più o meno il tuo punto di vista generale. Rispondo su alcune cose:
      – l’esultanza di D’Alema non è, a mio parere, paragonabile a quella di Feltri: Bersani viene da una stretta, strettissima vicinanza con D’Alema. Certo, ultimamente lo ha anche scaricato, ma direi che ormai la popolarità dell’ex primo ministro è così bassa che non poteva fare altrimenti. Il fatto è che Bersani non azzera e non azzererà quasi nulla della classe dirigente del partito; aprirà un po’ più ai giovani, e questo era inevitabile, senza rinnegare però il passato. Ecco, io penso che il passato fosse proprio da rinnegare, perché si deve cambiare marcia nettamente, e io non credo che Bersani sia l’uomo giusto per farlo (forse non lo è nemmeno Renzi, ma Bersani dalle sue stesse parole è l’uomo dell’«andiamoci piano»). A furia di andare piano in tutto, prima o poi ci fermeremo (se già non lo abbiamo fatto);
      – ho scoperto solo mezz’ora fa il tweet di @Umb80. Purtroppo ieri sera i giornali online la davano come frase solo di Renzi e c’ho creduto. In ogni caso sì, dimostra ulteriormente che Renzi è un piacione;
      – la cosa che mi stupisce, in fondo, non è tanto che abbia vinto Bersani, ma che Bersani avesse dei groupies, come giustamente li chiami tu: capisco anche che Renzi possa non piacere, ma non capisco questo sviscerato entusiasmo anche da parte di molti giovani per il segretario uscente; io Bersani, per l’atteggiamento così dimesso e le aperture a cui viene sempre costretto quasi fosse tirato per la giacca, lo voterei al massimo “turandomi il naso”, come “il meno peggio”. Purtroppo sono convinto – ma spero di sbagliarmi, e lo spero davvero – che un futuro eventuale governo Bersani non farà nemmeno una riforma e tirerà a campare, bloccato dai veti incrociati di UDC e SEL e del suo stesso partito. Il suo, sarà, quindi, un governo che porterà avanti due o tre cose che più o meno avrebbero fatto tutti (energie rinnovabili, spazio alle donne e ai giovani, tassa patrimoniale), e basta. E a me sembra poco per entusiasmarsi.