Il capitolo alla Ernest Hemingway - Scriplog

22 giugno 2013
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Secondo capitolo per l’esercizio di stile di Scrittori scatenati: dopo il primo capitolo alla Fabio Volo, è ora la volta di un mostro sacro, Ernest Hemingway.

S
to in piedi al centro del terminal dell’aeroporto. La gente mi passa accanto, a testa bassa, persa nei propri pensieri. Devo ancora andare in bagno, ma sono un uomo tutto d’un pezzo e nella vita ci sono problemi ben più gravi. Al limite posso benissimo farmela nei pantaloni, come quella volta in Africa. Da uomo vero, nemmeno allora mi feci dei problemi per le feci.
Il mio intestino rumoreggia, mi fa notare in giro e questo non mi si addice. Tiro in dentro la pancia, faccio un bel respiro, inforco la maniglia della valigia e mi avvio verso l’uscita.

Individuo da lontano la ragazza dell’aereo. Quella che scriveva continuamente. Sento che qualcosa è cambiato tra noi. Quella freddezza, quei consigli banali sul bagno libero, il suo non accorrere al mio cospetto… Improvvisamente la sento distante come un elefante dentro al mirino del fucile.
Vedo che si avvicina a me. Faccio finta di niente.
– Allora, sta meglio? – mi fa.
– Un uomo può essere distrutto, ma non può essere sconfitto. L’uomo non è fatto per la sconfitta.
– Uh, certo. Dev’essere stata una cosa impegnativa, se usa parole così forti.
– Signorina, a me non piacciono le mezze misure, e le cose amo dirle per come sono. A questo proposito…
– Mi dica…
– Parliamoci chiaro: vuole un appuntamento? Vuole che andiamo da qualche parte?
– Direi di no.
– Non sia timida. Ho visto come mi guardava sull’aereo, e ora si è pure fatta avanti qui…
– No, guardi, non ha capito: mi sono fatta avanti semplicemente per la valigia.
– È pesante? Ha bisogno che gliela porti un uomo nerboruto come me?
– No, è che lei ha la mia valigia. Vede? Guardi il cartellino.
Ci sono momenti in cui un uomo deve fare i conti con se stesso e con le proprie paure. In quei momenti non ci si può tirare indietro, non si può essere codardi, non si deve avere paura. Raccolgo tutte le mie forze e prendo in mano il cartellino attaccato alla valigia, per leggerci il nome. Adriana Rinaldi.
– Ci sono indizi che questa non sia la mia valigia, in effetti – le dico, restituendole il trolley. D’altro canto, avrei dovuto ricordare che non prendo mai borse con le rotelle perché mi sembrano poco virili.
– Grazie – dice la ragazza, e se ne va con passo deciso verso l’uscita. È entrata così velocemente nella mia vita, e così velocemente se ne esce.
Sputo per terra per esprimere tutto il mio disappunto. Una vecchietta mi vede.
– Ma cosa fa, sputa? – mi dice in francese.
– Donne, puah! – rispondo, risputando a un metro dai suoi piedi.
La vecchia non ci vede più dalla rabbia e comincia a randellarmi come una forsennata col suo bastone da passeggio.
– Porca fascista! – le urlo contro appena riesco a divincolarmi e a uscire fuori.

Parigi è molto bella, soprattutto d’inverno, perché la gente si rintana in casa ed è costretta, per divertirsi e socializzare, a organizzare feste. Parigi è un continuo banchettare, una festa mobile. Ed infatti è da quando ho cominciato a frequentare questa città che cerco sempre la festa, ovunque io vada. Il guaio è che la festa è come una donna: puoi cercarla e trovarla, ma se non ti fanno entrare non c’è divertimento.
Fuori dall’aeroporto, sul marciapiede, scorgo un gruppetto di ragazzini. Boyscout, probabilmente. Aspettano un pulmino, una corriera. Intanto giocano, ridono, si spintonano. Mi avvicino.
– Vi serve una guida per le montagne? Ho combattuto sui Pirenei contro dei bastardi franchisti, una volta.
– Contro chi?
– Dei bastardi franchisti. Non dirmi, ragazzino, che non hai mai sparato a un franchista…
– Mai.
– E come fai a definirti un uomo?
– Ho dodici anni.
– Io a dieci già sparavo ai cervi.
– I franchisti sono dei cervi?
– No, sono dei maiali.
– Non dev’essere molto divertente sparare a dei maiali. Mi sa che sono piuttosto lenti, no?
– Non capisci le metafore, ragazzino.
Mi mostra il dito medio e se ne va. Poco male, non mi stava simpatico.
Coi ragazzini ho questo rapporto strano: lo vedo bene che avrebbero bisogno di una guida, di un adulto che sapesse infondere in loro l’amore per la giustizia e la verità. E invece capito io.

Mi guardo intorno per trovare un taxi. Lo trovo. Ci entro, ma in contemporanea dall’altra portiera entra la ragazza di prima, Adriana.
– Ancora lei? Ma che è, mi sta seguendo?
– Non si sopravvaluti, signorina. Ci sono solo due cose che sono disposto a inseguire nella vita: la prima è un marlin.
– E la seconda?
– Chi non fa domande.
Adriana si zittisce per un po’. Tira fuori il suo quaderno e si mette a scrivere. Io, nel lungo tragitto che mi porterà al Ritz, mi annoio.
– Vuole un sorso di whisky? – le chiedo, tirando fuori la fiaschetta che porto sempre con me nell’interno della giacca.
– A quest’ora? – mi risponde, scandalizzata.
– Ha ragione, è più un’ora da Daiquiri. Conosco un posto in cui sanno farlo decentemente.
– Whisky, Daiquiri… Non le sembra di esagerare?
– Signorina, quando si è fatta la guerra, l’alcol diventa il tuo migliore amico.
– Ha fatto la guerra? – chiede, finalmente interessata – Dove? Afghanistan? Iraq?
Punto lo sguardo fuori dal finestrino; uno sguardo duro, maschio, lo stesso che ho esibito quella volta che ho finito per fare a botte col mio amico e collega Francis Scott Brambilla, il responsabile degli acquisti del mio ufficio a Milano.
– La guerra che combatto ogni giorno con me stesso – le rispondo, dando drammaticità ad ogni singola parola.
– Aaah – fa lei, annuendo con la testa e alzando gli occhi al cielo. Si rimette di filato a scrivere.
Aspetto qualche secondo, poi riprendo.
– Però mia nonna l’ha fatta davvero, la guerra.
– Sì? La seconda guerra mondiale?
– La seconda, certo, ma anche la prima.
– La prima?
– Certo. Guidava le ambulanze…
– Ma dovrebbe avere 120 anni o giù di lì…!
– Ah, sì, li porta bene, se è questo che intende dire. Ne avrebbe da raccontare, la vecchia, se qualcuno la stesse ad ascoltare…
– Lei non l’ascolta?
– …
– Dico: lei non l’ascolta?
– Scusi, non ho sentito. Pensavo ad altro. Alla guerra e agli spritz. Diceva?
– Nulla, nulla.
– Comunque, gran nonna mia nonna. E poi nella seconda guerra mondiale ha portato i partigiani alla liberazione di una distilleria di grappa in mano ai fascisti dalle parti di Bassano. Lei urlava: «O grappa o morte!». I partigiani pensavano si riferisse al monte Grappa, fronte della prima guerra mondiale e simbolo della vittoria, ma lei intendeva la grappa con la G minuscola. Che gran donna: aveva capito che gli uomini bisogna saperli motivare e poi fregarli al momento giusto. Anche con mio nonno faceva così: lo chiamava al lavoro, dicendogli solo: «Scopiamo! Ora!». Lui tornava tutto trafelato, parcheggiando la 126 in doppia fila, e poi veniva messo a spazzare la sala. Pover’uomo: non si dovrebbe mai desiderare troppo, perché si rischia sempre di ottenere quel che si desidera.

Veniamo interrotti dal tassista, che mi annuncia di essere arrivato al Ritz. Saluto la signorina Adriana: «Magari ci rivedremo in un’altra vita», le dico.
«Magari!», commenta lei.
Pago e scendo. Bevo un sorso di Martini dalla seconda fiaschetta che tengo nell’altra tasca della giacca, e poi sputo a terra, per togliermi il gusto forte dalla bocca. Mi sento chiamare alle spalle: è la vecchietta dell’aeroporto, la fascista, appena smontata anche lei da un taxi. Prendo la seconda dose di randellate. È il grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti. Maledetti.

Al Ritz mi conoscono da tempo, sono quasi di casa. Alla reception trovo il mio buon amico Jean, che io ho ribattezzato Jean Tres Passos, un po’ perché è di origine spagnola (scappato dai franchisti, ne sono quasi certo), un po’ perché cammina sempre, dalla reception al retro, dall’ascensore alla hall.
– Come andiamo, Jean?
– Ci conosciamo? – come al solito fa finta di non ricordarsi di me. Dev’essere una tecnica che usavano i clandestini come lui nella Spagna della dittatura.
– Sempre il solito burlone. Mi dai le chiavi della mia camera?
– Il suo nome, signore?
– Ahahah, Jean, vecchio compagno di sbronze…! Ascolta, piuttosto, organizzi ancora quei bei safari di una volta?
– Safari, signore?
Lo capisco, il vecchio Jean: sono cose che non si possono raccontare a cuor leggero davanti alla folla della hall del Ritz. Mi avvicino, abbassando la voce.
– Certo, Jean. Ricordi l’anno scorso? Quando abbiamo seguito quella “leonessa” per le vie di Parigi, prima da distante, poi sempre più da vicino, e alla fine abbiamo tirato fuori i nostri “fucili”? Ti ricordi che, tramortita, ti urlavo: «Finiscila!»? Ti ricordi, eh?
– Signore, non ho la minima idea di cosa stia dicendo.
La direzione del Ritz deve essersi fatta molto più severa. Sicuramente ci sono dei microfoni sparsi in tutta la sala e Jean non può compromettersi. Poco male, riproverò più tardi. Lo saluto con circospezione, alzando anche il bavero della giacca, da vera spia in zona occupata; prendo non visto una chiave elettronica a caso dal bancone e corro all’ascensore. Ritz, te lo prometto: ti libererò da questi fascisti che attentano alla libertà. Soprattutto alla mia libertà di essere un coglione. È un diritto inalienabile, quello all’idiozia. Te lo prometto, Ritz, compagno di mille avventure: ti libererò. E sigillo la promessa sputando a terra, subito prima di sentire alle mie spalle la voce di una vecchietta: «Ancora lei?».