Il capitolo alla Agatha Christie - Scriplog

1 settembre 2013
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Quarto capitolo per l’esercizio di stile di Scrittori scatenati: dopo il primo capitolo alla Fabio Volo, il secondo alla Ernest Hemingway e il terzo alla Raymond Queneau, tocca ora alla regina del giallo, Agatha Christie.

N
el mio primo giorno a Parigi era già successo di tutto: sull’aereo avevo conosciuto una bella ragazza, tale Adriana Rinaldi, viso sbarazzino e apparentemente una nota di mistero negli occhi; a terra, mi ero imbattuto prima in una diabolica vecchietta, violenta e sagace, e poi in Jean, cameriere del prestigioso Hotel Ritz che però sembrava enigmaticamente diverso da come lo ricordavo; infine, con un breve giro sul filobus avevo di nuovo visto Adriana intenta a discutere con un’amica, anch’essa all’apparenza italiana.
Fatti di per sé slegati l’uno dall’altro, senza un filo logico ad unirli, casuali e frutto di semplici coincidenze.
– Ma che coinscidense! Le coinscidense non esistono, mon ami! – interruppe i miei pensieri il mio caro e vecchio amico Hector Oliver, un panciuto belga trapiantato da anni al Ritz di Parigi, a cui nel tempo mi ero legato da solida amicizia e al quale confidavo ogni aspetto delle mie vicissitudini francesi.
– Vedete, mio caro amico – riprendeva, con quel suo delizioso accento francese, tutto erre arrotate e ci che scivolavano via – con gli occhi della mente si vedono molte più sciose di quel che non si veda con gli occhi del corpo. Basta apojarsi indietro, sur la poltrona, e chiudere gli occhi… Mademoiselle Rinaldi non è capitata nella vostra vita per puro caso, pour chance, e lo stesso vale per tutti gli altri incontri che avete avuto in questi jorni. Le tessere del mosaico stanno andando al loro posto, ogni dettaglio collimerà al più presto, e avremo per le mani un caso da risolvere, finalement.
Aveva alle spalle una storia strana, il mio amico Oliver. Nato in Belgio ma cresciuto in Inghilterra, aveva campato per anni come “detective d’amour”, come amava definirsi lui; più prosaicamente, pedinava mariti fedifraghi e mogli infedeli per conto di un avvocato divorzista, che poi gli passava una percentuale sulla propria commissione. Dopo vari anni di attività tra Londra e la campagna inglese, aveva deciso di lasciare il lavoro e ritornare sull’Europa continentale, mettendosi in proprio come consulente. Era partito da Spa, dove aveva casa la sua famiglia; poi, scarseggiando la clientela, s’era trasferito in una città più grossa come Bruxelles, ma anche qui i casi da risolvere erano davvero pochi; aveva quindi deciso di stabilirsi a Parigi, “la ville de l’amour per escelensa”, come diceva lui, dove gli incarichi sarebbero dovuti fioccare.
Agghindato come un dandy fuori stagione e dotato di un fisico tondeggiante e corpulento, nessuno aveva mai capito come avesse potuto per anni pedinare senza farsi notare della gente in Belgio e in Inghilterra, ma di fatto la sua fama era ancora potente e al Ritz – così come, vai a capire perché, a Istanbul – sembravano adorarlo.
– Ma, caro monsieur Oliver – gli dissi – di che mosaico state parlando? Non vi capisco.
– Voi non mi capite perché non state fascendo lavorare le vostre scellule grije, parbleu! Venite, prendete il vostro bastone da passeggio, pettinatevi i baffi e scortatemi per le vie di Paris.

Pur senza bastone da passeggio, che non avevo mai avuto, né baffi, che non avevo mai tenuto, viaggiare sui taxi fermati da Hector Oliver era comunque un’esperienza esaltante, per la rutilante messe di informazioni e deduzioni che lui riusciva a sciorinare in pochi minuti. Puntammo subito alla Gare Saint-Lazare, dove avevo osservato Adriana Rinaldi discutere con un’amica riguardo all’abbigliamento di quest’ultima. Oliver volle sapere il punto esatto in cui le avevo viste, e passò almeno dieci minuti sdraiato per terra, a cercare chissà cosa, mentre io mi ingegnavo per schivare gli sguardi stupefatti dei passanti.
Poi d’improvviso me lo vidi balzare in piedi, con un’agilità che mai avrei attribuito ad un fisico del genere, quasi come un gatto che se ne sta a lungo silenzioso e sornione ma poi, quando individua la preda, si dimentica di essere sovrappeso e annoiato e si ricorda di essere gatto.
– Sci siamo, capitano, sci siamo! – mi urlò in faccia.
– Capitano?
– Ma sì, scerto! – confermò – Sarete pure capitano di qualcosa, no? Di un vascello, dell’eserscito, di una squadra di football?
– Veramente no. A calcio mi mettevano sempre in panchina. Pure a calcetto mi chiamano solo per fare la riserva…
– Ma su, ragazzo mio!
– Adesso che ci penso, non so se vale ma da giovane suonavo malissimo le tastiere in un complesso e in repertorio avevamo “The captain of her heart”, quella canzone anni ’80…
– Très bien, mon ami, très bien. Visto? Sci siamo, capitano! Guardate cos’ho trovato.
Mi mostra una scheggia di legno e una piuma.
– Una scheggia e una piuma?
– Su, su, siate più presciso. Partiamo dalla piuma: di che animale di tratta?
– Boh. Una piuma di piccione?
– Esattamente, capitano, esattamente. Piscione. E questo?
– È… legno.
– Oui, ma legno di che tipo?
– Non lo so, non me ne intendo.
– Vedete, è frassino.
– Come quello che si usa per uccidere i vampiri? Quindi c’è di mezzo un vampiro?
– Capitano, non dite fesserie. Col frassino si fanno moltissime sciose. Anche le mollette del bucato. Quindi abbiamo una schejia di legno di frassino e una piuma di piscione. Capite l’importanza di questi indisi?
– Francamente no. E comunque è piccione, non piscione.
– Ma sono indisi di vitale importansa. Anzi, a proposito: fatemi vedere la vostra testa.
– Cosa?
– Su, su, non discutete. Abbassatevi un tantino. Devo esaminarvi i capelli.
– Ma, monsieur Oliver!
– Suvvia, questione di un secondo. Ecco, sì, sì, come imajinavo. Benissimo, parbleu, benissimo! Ora non sci resta che interrogare qualcuno, qualcuno che fosse qui ieri, nel momento in cui voi individuavate la signorina Rinaldi in compagnia della sua misteriosa amica. Guardatevi intorno. Riconoscete qualcuno?
– Qualcuno che fosse qui anche ieri, intendete?
– Ma scerto, ve l’ho appena detto, no? Su, individuate qualcuno?
– Boh, forse quel tizio, quel portantino davanti a Gare Saint-Lazare.
– Benissimo. Seguitemi, s’il vous plaît.
Avvicinammo il tipo, un affaticato uomo di mezz’età, seppellito da vari bagagli.
– Bonjour, monsieur. Lasciate che mi presenti: sono il scelebre Hector Oliver.
– Hector come?
– Oliver. Hector Oliver. Avrete scerto sentito parlare di me, no?
– No.
Quando gli uomini comuni rispondevano così, Oliver montava su tutte le furie.
– Come sarebbe a dire? Non lejete i jornali?
– Sì, certo.
– E non avete mai letto delle notissie reguardanti il sottoscritto? Eh?
– No, non mi sembra. Hollander, avete detto?
– Oliver, Oliver! Questi fronscesi! Incompetenti, sciocchi, ignoranti!
– Ehi, Ehi, Ehi, signore! Sono qui, io!
– Ah, jià. Me lo dimentico sempre.
– E poi, non siete francese pure voi?
– Io? Ma siete matto! Io sono belga! Bel-ga.
– Aaah, ora tutto si spiega – commentò con fare sardonico il fattorino – Ora, se volete scusarmi…
– No, aspettate – cercai disperatamente di fermarlo – Il signor Oliver vorrebbe farvi delle domande.
– Domande?
– Sì. Vero monsieur Oliver?
– Oui, oui – rispose il detective, mettendo velocemente da parte l’orgoglio – Ascoltate. Ieri eravate di servizio qui, vero?
– Sì. Come fate a saperlo?
– Oh, una scemplice dedussione.
– Oddio, ma allora siete un detective tipo Sherlock Holmes! Spiegatemi come avete fatto a… dedurre!
– Ma scempliscissimo, caro mio. Primo, il capitano qui presente mi ha detto di avervi visto ieri. Secondo, oji è mardi quindi ieri era jorno lavorativo.
– Sbalorditivo.
– Lo dico sempre anch’io – commentai, soddisfatto del mio accompagnatore.
– Oh, bazzecole. Piuttosto, ascoltatemi caro portantino. Ditemi, avere notato qualcosa di strano ieri verso, disciamo, mezzojorno?
– Non direi, no.
– Pensatesci bene. È di vitale importansa.
– Mah, di cose strane in una stazione ferroviaria ce ne sono parecchie.
– Allora, sentite: normalmente, a mezojorno, si può dire che il piazzale della stasione sia pieno di piscioni?
– Piscioni? Oddio, no. A volte, di notte, c’è qualcuno che viene a fare i suoi bisogni, ma in pieno giorno, per carità, no…
– No, scusate – mi sentii obbligato ad intervenire – il signore intendeva “piccioni”. Se ci sono piccioni, a mezzogiorno.
– Ah, piccioni? Be’, sì, parecchi.
– Benissimo – riprese Oliver – E qualcos’altro di strano, l’avete notato?
– No, non mi sembra.
– Scerchiamo di limitare di nuovo il campo, alors. Avete per caso notato una ragassa italiana dall’abbigliamento, come dire, un po’ particolare?
– Adesso che mi ci fate pensare direi di sì. Ma non era sola.
– Era per caso con un’altra ragassa italiana più o meno delle stessa età?
– Sì! Come fate a saperlo? Un’altra deduzione?
– Mais oui, bien sûr. Una dedussione, scerto. Infatti me l’ha detto prima il capitano e poi io ho solo conjunto i pessi.
– Strabiliante.
– Ditemi un’ultima cosa, buon uomo: dopo aver discusso, cos’hanno fatto le due donne italiane?
– Una ha preso un treno, di tutta fretta, quasi correndo, mentre l’altra è uscita dalla stazione.
– Quale delle due ha preso il treno?
– Quella vestita in modo più strano.
– E sapete per caso dov’era diretto quel treno?
– Andava alla Gare de l’Est dove si collegava con l’Orient Express.

Mezz’ora dopo eravamo di nuovo al Ritz, seduti sui divanetti della hall. Oliver si accarezzava i baffi e, di tanto in tanto, se li pettinava, controllandoseli su uno specchietto che teneva nel panciotto.
Fino ad allora avevamo scoperto che l’amica di Adriana Rinaldi aveva probabilmente preso l’Orient Express, forse anche solo per rientrare in Italia, visto che quella linea – sosteneva Oliver – fermava pure a Milano. Ancora non riuscivo a capire però cosa c’entrasse la piuma di piccione, ma non avevo nessuna intenzione di chiederlo direttamente al detective belga, per non irritarlo.
L’attesa di una sua parola, comunque, non durò molto.
– A cosa state pensando, capitano? – mi chiese.
– Oh, niente. Cercavo di collegare i pezzi, come mi dite sempre di fare voi.
– Bene, bene. State scercando di usare le vostre scellule grije. E, vediamo: quale pensate che sarà la mia prossima mossa?
– Uhm, dunque. Telefonare a Milano per sapere se la ragazza italiana è giunta a destinazione?
– Mais sarebbe inutile, mio caro amico. Non servono conferme per cose che si sanno jià.
– Andare a interrogare qualcuno, allora?
– Sbagliato di nuovo, capitano. La prossima mossa sarà stare fermi qui ed aspettare. Il prossimo interrogato verrà lui spontaneamente da noi.
– Ah, sì? – chiesi, divertito – E chi sarebbe quel sospettato tanto stupido da venirci a parlare di sua spontanea…
Non feci in tempo a finire la frase che Jean, il receptionist dell’albergo, si presentò al nostro cospetto.
– Signor Oliver – proclamò a voce alta, avvicinandosi con una busta in mano – c’è un messaggio per voi.
– Merci. Volete accomodarvi, prego – gli chiese, indicandogli con un mano una poltrona libera davanti a noi – in attesa che io legga il messajo e vi dia eventualmente una risposta da inviare, s’il vous plaît?
– Certamente.
Oliver esaminò a lungo il foglio contenuto nella busta, arricciandosi i baffi con una mano e, di tanto in tanto, alzando uno sguardo indagatore verso Jean.
Poi cominciò a parlare.
– Imajino che abbiamo pochissimo tempo, dico bene? – chiese, rivolto al dipendente del Ritz.
– Dite bene, monsieur. Il capo ci sta osservando proprio in questo momento.
– Allora vado subito al sodo: avete tra gli ospiti una signorina italiana?
– Sì.
– Una signorina non pagante?
– Sì.
– Rejistrata con un cognome a voi ben noto…?
– Più che noto, signore.
– Très bien, tutto comincia a collimare. Prima che arrivasse questa signorina, la stessa camera era occupata da un’altra ragassa con lo stesso cognome, dico bene?
– Esattamente.
– Bene. Potete andare. Vi ringrasio.
Appena Jean, che ancora non dava segno di riconoscermi, se ne fu andato, mi rivolsi ansioso a Oliver.
– E allora? Cosa c’è scritto nel messaggio?
– Intendete questo? – mi chiese, mostrandomi la busta prima di infilarsela in tasca – Assolutamente nulla, ovviamente. È un foglio bianco.
Rimasi a bocca aperta mentre lui si alzava.
– Ora siamo pronti per il gran finale, caro capitano. Vi prego di convocare tutti i sospettati nella sala da pranso del Ritz tra mess’ora.
– I sospettati? E chi sono i sospettati?
Mi lanciò un’occhiata torva.
– Bien, j’ai compris. Mi arranjerò da solo. Fatevi trovare tra mess’ora nella sala da pranso. Pensate di poterscela fare?

Quando entrai nella sala da pranzo, trenta minuti più tardi, le luci erano soffuse e i tavoli spostati. Al centro della sala, alcune sedie erano disposte a semicerchio attorno all’imponente figura di Oliver, che se ne stava ritto in piedi, con le mani intrecciate dietro alla schiena.
– Oh, capitano, finalmente siete arrivato. Accomodatevi, prego, sc’è ancora una sedia vuota justo per voi.
Le altre sedie erano tutte occupate. Con mia sorpresa conoscevo alcuni dei presenti, anche se non tutti.
– Permettetemi di fare le presentasioni – proseguì Oliver – Qui abbiamo monsieur Michel, capo del personale del Ritz; poi Jean della reception; la signorina Adriana Rinaldi, che già conoscete; madame Renauld; e infine il sottoscritto, Hector Oliver, per servirvi. Bene, ora che sci sciamo tutti possiamo cominsciare. Ebbene, voi tutti conoscete la situasione. Il mio caro amico qui presente, da quando è arrivato a Pariji, è stato coinvolto in una serie di strani eventi apparentemente slegati tra loro. Con l’uso delle mie proverbiali scellule grije, invesce, posso qui rivelarvi di aver svelato il mistero. Partiamo da voi, signorina Rinaldi. Siete arrivata da Milano con lo stesso aereo del capitano, dico bene? E già sull’aereo avete imparato a conoscere il mio buon amico, che è un uomo di buon cuore ma un po’, come dite voi?, zuzzurellone, ecco. Avete capito che il capitano subiva il vostro fascino e ne siete rimasta spaventata, perché siete appena uscita da una storia diffiscile, dico bene?
– E voi come fate a saperlo? – intervenne Adriana, un po’ contrariata.
– È bastato fare una telefonata a vostra madre a Milano finjendomi un vostro vecchio professore di franscese. È un trucco che usavo molto ai tempi di Londra: le mamme abboccano sempre e hanno una gran voglia di raccontare le viscissitudini delle figlie. Mais torniamo a noi. L’aereo è atterrato e voi speravate di esservi tolta di messo quell’ammiccante tipascio…
– Ehi – protestai.
– Tempo al tempo, mon ami, tempo al tempo. Lasciatemi proseguire. Discevo: pensavate di esservi tolta dai piedi il capitano quando ve lo siete ritrovato prima con la vostra valija in mano, e poi sul vostro stesso taxi. Dev’essere stata un’esperienza tremenda…
– Ehi – riprotestai.
– Silensio, s’il vous plaît! Voi, signorina Rinaldi, vi siete sentita accerchiata, in pericolo. Credevate che il capitano fosse un pericoloso stalker. Quando il mio amico ha detto al tassista che doveva andare al Ritz, voi vi siete sentita perseguitata, pedinata, e avete deciso su due piedi di mentire sulla vostra destinasione. Poi, appena il capitano è sceso dal taxi, avete tirato fuori il scellulare e avete chiamato vostro zio, che altri non è che il qui presente Michel Rinaldi, capo del personale del Ritz. A lui immagino abbiate detto che stava per fargli visita un tizio, un italiano, che vi aveva tormentata per tutto il viaggio e a cui sarebbe stato meglio rendere la vita diffiscile, sperando di fargli cambiare hotel. Era infatti troppo rischioso averlo sotto lo stesso tetto per tutta la durata della vostra vacanza parijina, dico bene, signorina?
– È tutto giusto, monsieur Oliver.
– Lo so, mademoiselle. Ho sempre rajione. Suscede tanto invariabilmente che me ne stupisco io stesso.
– Ma scusatemi, Oliver: e l’altra ragazza? – chiesi io.
– Sci sto arrivando, capitano. Il qui presente Michel Rinaldi, da quando è stato promosso capo del personale, usufruisce di una spesciale prerogativa: ha a disposisione una camera tutto l’anno per la sua famiglia. Ma visto che qui a Pariji è scapolo, da tempo invita in quella camera cujini, nipoti e altri lontani parenti. La signorina Adriana, infatti, non è la prima Rinaldi ad essere stata ospitata entro queste mura: prima di lei è stata la volta di Sandra Rinaldi, la ragassa che voi, capitano, avete visto sul tram justo ieri mattina. Ma a questo punto in fase di indajine la mia consequensiale catena di dedusioni ha trovato un impiccio: se la signorina Sandra doveva lasciare la camera alla signorina Adriana e quindi tornare in Italia, perché andare a Gare Saint-Lazare, che è la stazione più lontana? Perché non andare a Bercy, alla Gare de Lyon o al limite alla Gare de l’Est da dove parte l’Orient Express? Questo dubbio mi ha assillato per almeno scinque minuti. Poi ho ricordato i due indissi trovati sulla strada. Li rimembrate, capitano?
– Sì: una piuma di piccione e una scheggia di legno di frassino.
– Molto bene, e molto presciso. La prova che lì erano passati un piscione e qualcuno che portava un ojetto di legno di frassino. Questa persona è ora seduta qui in mezzo a noi.
Oliver si fermò, con fare teatrale, scrutandoci negli occhi uno a uno e provocando un silenzio glaciale. Mi chiesi se per caso avessi addosso qualcosa di legno di cui mi fossi completamente dimenticato, ma non trovai nulla. Gli altri miei compagni erano tesi come me e sudavano sensibilmente.
– Allora? La persona di cui sto parlando non vuole farsi avanti spontaneamente? – ripeté Oliver, senza suscitare alcuna reazione visibile.
– Benissimo. Evidentemente la persona pensa che io stia bluffando, ma non sa che Hector Oliver non bluffa mai. Hector Oliver sa. La persona di cui sto parlando siete voi, madame Renauld – urlò, puntando l’indice contro alla vecchina che chiudeva il semicerchio.
La guardai meglio e il suo mi sembrò un viso familiare.
– La riconoscete, capitano? – mi chiese Oliver, notando il mio sguardo indagatore.
– No, anche se ha qualcosa di familiare.
– È la donna che vi ha malmenato più volte il giorno del vostro arrivo.
– Ah, la vecchia megera!
– Ehi, figliolo! – mi ringhiò contro lei, mostrandomi quel bastone che già avevo fin troppo conosciuto.
– Vedete – riprese Oliver – quella famosa scheggia di legno proveniva proprio dal bastone della signora Renauld. Per questo avevo chiesto di potervi guardare in testa, capite? Perché vi conosco e sapevo benissimo che vi lavate molto poco i capelli, e contavo quindi di trovarsci dei piccoli frammenti dello stesso legno, visto che madame Renauld vi aveva jià colpito con lo stesso bastone, oui?
– Sì, ma perché questa tizia si trovava a Gare Saint-Lazare?
– Ma è chiaro, mio buon amico: perché questa donna è un’ex militare, come si dedusce dal modo in cui imbrascia il bastone e da come cammina, ed è stata incaricata da monsieur Michel Rinaldi di fare da guardia del corpo alle nipoti, senza però dare troppo nell’occhio. Vedete, il signor Rinaldi è un tipo un po’ protettivo, anche se non ci tiene a farlo sapere. E così ha assunto questa signora che ha ancora un certo vigore in quelle brascia, come voi ben sapete. Era all’aeroporto quando è atterrato il vostro volo, pronta a seguire da lontano i movimenti di Adriana; poi ha notato che voi le parlavate e jià in aeroporto ha pensato di darvi una sonora lesione, dico bene? Infine, si è prescipitata davanti al Ritz, ad aspettare la signorina, ma lì però ha trovato di nuovo voi, caro capitano. Il resto è storia nota.
– Ho capito, tutto torna. Mi sono imbattuto nella ragazza sbagliata, con dei parenti mezzi matti. Ma una cosa non mi quadra, Oliver – contestai – Che c’entra la piuma di piccione? E perché Gare Saint-Lazare, come avete detto, e non una stazione più a est?
– Ah, justo! Stavo quasi per dimenticarmene. Per fortuna che sci siete voi, capitano. Alors, vi ricordate cosa chiesi al portantino riguardo ai piscioni?
– Sì, chiedeste se ce n’erano parecchi a mezzogiorno.
– Esatto. E lui mi rispose di sì. E quindi io non ho fatto altro che mettere assieme i pessi. Immajinate le due cujine Rinaldi, Sandra e Adriana. Sandra è a Pariji da qualche jorno, Adriana sta arrivando. Ma Sandra ha notato qualcosa di strano. Si è accorta che qualcuno la segue, la pedina. Per questo è sempre nervosa, scorbutica, come avete avuto modo di notare sul tram. Quando deve incontrarsi con la cujina Adriana, quindi, preferisce non farlo all’hotel, dove sarebbe un fascile bersaglio per chi la segue, ma in un posto insospettabile, nella stasione più lontana dalla sua reale destinazione, per confondere le acque. E sceglie appunto Gare Saint-Lazare. La persona che la segue, che in realtà non ha cattive intensioni ma lavora proprio per suo zio, è la stessa madame Renauld, che davanti alla stazione perde di vista le due ragasse anche a causa dei piscioni che le si affollano tutti attorno, e dai quali scerca di divincolarsi col bastone, colpendo qua e là. Ed ecco quindi la piuma e la schejia.
– Zio! Come hai potuto farmi pedinare! – scattò in piedi Adriana.
– Madame Renauld! Come avete potuto farvi scoprire così facilmente! – scattò in piedi Michel Rinaldi.
– Jean! Come hai potuto trovarmi un lavoro così cretino! – scattò in piedi madame Renauld.
– Venite, capitano – mi sussurrò all’orecchio Oliver – lasciamo che se la vedano per conto loro e andiamo a farsci una bella partitina a bridge.