La scuola della sfiducia - Scriplog

17 ottobre 2014
Argomento
Scuola
Commenti 3

Tag , ,

Il corso serale

Come forse saprete, per vari motivi quest’anno affianco alle ore al corso diurno anche qualche ora al corso serale. È la prima volta che mi trovo a insegnare agli adulti, e l’impatto con la nuova realtà mi ha dato varie cose su cui riflettere.

Il punto è questo: la principale differenza che mi sembra esserci tra il corso diurno e il corso serale gira attorno alla questione della fiducia.

Al corso serale, davanti agli adulti, di fatto noi insegnanti ci fidiamo. Ci fidiamo che anche se gli alunni non potranno essere presenti alle lezioni si sforzeranno di recuperare; ci fidiamo che possano gestire la loro partecipazione nei tempi e nei modi che meglio credono; ci fidiamo perfino a organizzare verifiche semplificate, consapevoli che loro saranno comunque in grado di prepararsi senza che noi li verifichiamo.

Ci diciamo: «Tanto sono adulti, mica dobbiamo fargli da mamma e papà. Sanno quello che fanno».

Anche il Ministero, d’altro canto, è dello stesso parere: agli insegnanti dei corsi serali chiede flessibilità, mentre contemporaneamente dà molte agevolazioni agli studenti, prevedendo anche, ad esempio, che il corso quinquennale possa essere compresso in tre soli anni.

È tutto molto giusto: l’idea è che questi adulti non vadano valutati sulla base di quanto hanno studiato (anche perché, lavorando di giorno e venendo a scuola di sera, non hanno materialmente il tempo di studiare), ma sulla base dell’arricchimento personale che la scuola sta dando loro. Noi dobbiamo valutarli, insomma, non sui contenuti, ma sulle competenze, cioè su come i nuovi contenuti si innestano sulla loro esperienza di vita.

È talmente bello che gli studenti – quei pochi che ce la fanno a quelle ore – vengono a scuola volentieri; addirittura molte persone che avrebbero l’esonero per certe materie (medici che il liceo l’hanno già fatto, laureati eccetera) frequentano comunque la lezione, curiosi di sentire, di collegare, perfino di prendere appunti. È talmente bello che la spiegazione è vista come un momento di confronto e di crescita, che non c’è nessun assillo, nessun problema stupido, nessuna ansia. Anche i ragazzini che magari si erano ritirati anni prima dal corso diurno, perché non riuscivano a vivere serenamente la scuola, ora si reiscrivono al serale con voglia di fare e partecipare.

Tutto molto bello, quindi.

 

Il corso diurno

Sì, ma allora il diurno? Perché al diurno non riusciamo a creare un clima del genere? Perché al diurno i nostri ragazzi, quando si avvicinano all’Esame, iniziano ad avere crisi di panico? A piangere? Ad andare in paranoia? Perché sono stressati e nevrotici?

Io non lo so se una volta fosse diverso; ho solo la mia esperienza per fare un confronto, e vale quel che vale. Ma ho l’impressione che i ragazzi di oggi vivano a volte così male la scuola perché non diamo loro alcuna fiducia.

Tempo fa mi invitarono a un’Assemblea di Istituto, in un liceo in cui avevo insegnato anni prima, per parlare del mio libro. Prima del mio intervento, presentarono delle brevi interviste a studenti italiani che erano andati a fare un anno all’estero e a studenti stranieri che lo facevano in Italia. La cosa che più colpì i ragazzi dell’Assemblea era che in Norvegia gli studenti del liceo non dovevano giustificare le assenze, ma mandavano semplicemente un sms sul cellulare del professore; che avevano solo nove giorni di scuola ogni due settimane, e che nei restanti cinque erano quasi spinti a trovarsi un lavoro e a fare esperienze di vita; che avevano, anche a scuola, varie ore “buche” da poter gestire liberamente, o studiando, o facendo quel che volevano; che usavano in classe il loro computer personale e che la scuola offriva il wifi; che potevano in parte decidere il loro piano di studi.

Da noi non avviene nulla di tutto questo. I nostri studenti devono farsi firmare ogni giustificazione dai genitori, e in certe scuole non si ammette che se le firmino da soli nemmeno se maggiorenni; li si tiene a scuola sei giorni su sette, convinti che se stessero a casa sprecherebbero il loro tempo a fare cretinate; si riempie la loro giornata di ore di lezione al mattino e di compiti da fare a casa al pomeriggio, per timore che possano avere il tempo di accendere la tv (e lo stesso avviene con le vacanze); il cellulare è proibito e la password del wifi è segretissima, perché i ragazzi non possono poter accedere al web da scuola; si attivano solo raramente corsi opzionali che non siano in qualche modo di studio, come se il tempo lontano dai libri fosse sempre tempo perso. Addirittura, appena si è proposto un Esame di Stato con commissari solo interni è partita immediatamente la protesta degli insegnanti, perché non possiamo fidarci nemmeno dei colleghi che sono chiamati a valutare i loro ragazzi.

 

Avere fiducia?

Ecco, io non dico che i nostri giovani meritino sempre fiducia a spada tratta; a volte, se lasciati liberi, effettivamente sprecherebbero il loro tempo in cretinate. Ma penso anche che finché non si comincerà a dar loro fiducia, continueranno a rimanere bambini. Che se vogliamo che i nostri giovani maturino, si debba dar loro la possibilità di maturare.

Penso che la scuola debba anche fare un passo indietro, in certi casi; non per quanto riguarda l’esempio, perché la scuola dev’esserci sempre ed avere obiettivi e metodi chiari, ma a livello di libertà. Deve anzi stimolare i ragazzi ad essere originali, autonomi, indipendenti. Che possano coltivare le loro passioni e ricollegarle alla cultura scolastica. Penso che la scuola debba prima o poi provare a fidarsi di questi ragazzi, come si fida degli adulti.

Insomma, la scuola deve permettere loro di crescere. Anche perché, se la scuola non serve a crescere, a cosa serve?

  • Elena R

    Da studentessa di liceo al quinto anno, sono arrivata alla conclusione che la scuola italiana vada ripensata completamente. Io ho sempre dato grande importanza all’istruzione, tanto da rinunciare ad alcune mie passioni per avere buoni risultati a scuola. Essendo adesso più matura, ho riguardato ai mie anni passati e mi sono chiesta che cosa mi abbia lasciato tutto questo studio. La risposta è: “troppo poco per tutto il tempo e la fatica che ci ho speso”. Non nego che l’istruzione sia fondamentale e mi sento fortunata ad averla avuta, ma detto questo gli anni passano, la società cambia, la scuola dovrebbe stare al passo con tutti questi cambiamenti. Si pensi solo alle lezioni di storia o di italiano. Con internet adesso tutti possono sapere chi era Foscolo, quando è morto Napoleone ecc. Anzi gli studenti essendo ormai in simbiosi con la tecnologia possono trovare informazioni anche più precise di quelle che trovano i nostri prof nei vecchi manuali. Il punto è che, al di fuori di qualche rara eccezione, i miei prof si limitano a riempirci di nozioni inutili, a cui possiamo accedere anche da soli. Non sarebbe molto più utile mettere da parte i manuali e farci ragionare? Paragonare il passato al presente per capire anche meglio il tempo in cui viviamo, discutere, cercare insieme le risposte..E poi ormai lo sappiamo tutti, si sono fatte un sacco di scoperte su come il cervello immagazzina le informazioni e su quanto sia difficile imparare se non si ha il cosidetto libretto di istruzioni del cervello. Potrebbero i cari professori aggiornarsi e fare il possibile per ottimizzare il nostro apprendiamento? Mi riferisco ai corsi di memoria e lettura veloce che sono sempre più numerosi e a cui sempre più genitori iscrivono i loro figli, anche molto piccoli. Tutto questo fermento, questo bisogno di cambiare sul modello della Norvegia per esempio, le assicuro che noi giovani lo sentiamo vivo dentro di noi. E non è pigrizia o non aver più voglia si studiare. È lo sconforto di una scuola che ci ha delusi, è la rabbia e la volontà di fare meglio di voi.

    • scrip

      Elena, sono d’accordo con te. Si fatica tanto, si ottiene anche tanto (perché i nostri studenti sono molto preparati e all’estero fanno sempre buona figura) ma quel tanto non basta. O, meglio: si ha l’impressione che i nostri studenti siano bravissimi a ricordare tutta una serie di nozioni, a distinguere i periodi storici, a fare la parafrasi di una poesia, ma poi quando chiedi loro di scrivere un saggio con idee loro, con ragionamenti loro, con collegamenti loro, crollino. Semplicemente perché la scuola italiana – almeno per le materie umanistiche – è ancora spropositatamente appoggiata sulle nozioni. Formiamo ragazzi che ripetono tanto e ragionano poco. E quando ragionano è perché hanno imparato a farlo al di fuori della scuola, non a scuola.
      Questi, invece, sono i tempi in cui le nozioni contano sempre di meno (perché, come hai notato tu, sono a portata di click) e conta molto di più tutto il resto. Per questo il mio timore è che rischiamo di rimanere ancora più indietro di quanto già non siamo.

      • Elena R

        Sono cose dolorose da dirsi tra studente e professore, però sentire da un professore parole così sincere e consapevoli mi dà speranza e per questo la ringrazio e la stimo. Credo che cercando di rendere tutti consapevoli della situazione si potrà migliorare e anche molto. Inoltre credo che i cambiamenti più grandi non possono che partire da voi professori giovani. Ritengo che già lei con questo blog e con la sua onestà stia attuando una piccola rivoluzione. Voglio credere nella somma di tanti piccoli sforzi, sia da parte degli innsegnanti che dalla parte degli studenti, convinta del fatto che nessuna riforma scolastica del governo potrà bastare.