Breve elogio della mia generazione, del precariato e dell'umorismo a scuola - Scriplog

5 dicembre 2014
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Mercoledì sera, come avevo annunciato, sono stato a Modena per presentare Mai stati meglio, il bel libro di Lia Celi e Andrea Santangelo pubblicato qualche mese fa da Utet. L’evento, direttamente o indirettamente, mi ha stimolato varie riflessioni che ora vorrei velocemente condividere con voi.

• La nostra è proprio una bella generazione. Ci pensavo mentre parlavamo davanti alla platea: trenta-quarantenni che nella vita hanno già fatto tutto e il contrario di tutto. Con me sul palco c’era gente che aveva lavorato negli Stati Uniti e in Siria, nei call center e all’università, che si occupava di storia militare e umorismo, di Topolino e degli ittiti. La nostra generazione è la prima che riesce a unire sacro e profano in un mix così equilibrato. Certo, alcuni – penso a Oreste Del Buono, Umberto Eco o persone di questo genere – avevano già anticipato questa tendenza, ma oggi è una cosa diffusa.

• E il merito di tutto questo, paradossalmente, è secondo me da attribuire alla principale piaga della mia generazione: il precariato. È stato il precariato a spingerci a provare mille lavori, in cerca di un contratto; a spingerci ad acquisire mille competenze, mille capacità tra loro anche diverse. Io ho fatto il giornalista, l’insegnante, il blogger, il fumettaro, il webdesigner, lo scrittore; altri hanno sperimentato decine di altri lavori. Pensate ai nostri genitori: a parte qualche lavoretto occasionale in gioventù, dopo la laurea hanno iniziato un lavoro e l’hanno portato avanti per quarant’anni, spesso senza cambiarlo di una virgola, spesso perfino nel medesimo ambiente. Ho cambiato più posti di lavoro io in 10 anni di carriera che i miei genitori messi assieme in 40. Questo certo è triste, perché è indice della precarietà, ma è anche una grande possibilità: stiamo accumulando una gigantesca quantità di esperienze di vita e, se sapremo metterle a frutto, diventeremo persone più aperte al mondo, alla diversità e alla realtà che ci circonda.

• Infine, una nota sull’umorismo. Sul fatto che il buon humour sia una buona cosa per lo spirito umano credo che siamo d’accordo tutti (venerabile Jorge escluso, ovviamente). La domanda è se possa essere utile anche a scuola. Nell’incontro di Modena e nel libro di Santangelo e Celi si sostiene di sì, si sostiene che la storia dovrebbe anzi essere insegnata in maniera divertente, e che si può essere seri e rigorosi anche scherzando continuamente. Sono completamente d’accordo, e lo dimostrano sia Per chi suona la campanella, sia Storia semiseria e illustrata della filosofia occidentale. Anzi, dirò di più: l’umorismo è didatticamente efficace. Un esempio concreto. Quando mi trovo a spiegare i miti platonici, spesso in classe mi lancio in arditi disegni alla lavagna che dovrebbero rappresentare la biga alata o la celebre caverna. Ovviamente mi vengono spesso dei mezzi obbrobri, sia perché le scene di Platone sono molto complicate, sia perché disegnare in fretta e furia col gesso (e col mio scarso talento) non è agevole. I miei studenti, allievi del liceo artistico, mi sfottono, ovviamente, e ridono a crepapelle, e io glielo lascio fare. Perché così i miei disegni se li ricordano anche a distanza di anni (ebbene sì, mi sfottono pure a distanza di anni) e se una risata – amichevole, ovvio – col prof può servire a fissare nella mente un mito, ben venga.