Quattro cose che ho imparato su Bruno Vespa - Scriplog

23 gennaio 2015
Argomento
Politica
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Visto che siamo in clima di recuperi (qualche giorno fa ho ripubblicato un mio vecchio articolo su Anita Ekberg), mi concedo un’altra brevissima discesa nel canale della nostalgia rispolverando (e riadattando un minimo nella forma) questo vecchio – ma sempre attualissimo – pezzo che scrissi addirittura nel 2009.

Storia dItalia da Mussolini a BerlusconiNon chiedetemi perché, non chiedetemi per come, ma sto leggendo un libro di Bruno Vespa. Si intitola Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, scelta quantomai infelice perché il sottotitolo che nasce spontaneo è: “Dalla padella nella brace”. Ve ne vorrei brevemente parlare, perché questa lettura mi sta – ahimè – illuminando.

Un quarto del libro è dedicato alla storia d’Italia dalla caduta del fascismo all’inizio degli anni Novanta (cioè a 45 anni di storia del nostro paese); un quarto a Tangentopoli (2 anni circa); gli altri due quarti, credo – perché devo ancora arrivarci –, a Berlusconi (all’epoca della pubblicazione del volume, nei primi anni Duemila, 10 anni). Vespa, quindi, non sa fare le proporzioni: questa è la prima cosa che ho imparato.

Le analisi storiche del presentatore di Porta a porta si basano su varie fonti, ma essenzialmente su:
1) titoli di giornali e settimanali;
2) interviste a – finora – Andreotti, Cossiga, Craxi, la mamma di Berlusconi, D’Alema e Amato (il fior fiore dell’intellighenzia italiana, insomma);
3) citazioni di Montanelli, ma solo quando Vespa vuole strafare, giusto una o due volte.
La seconda cosa che ho imparato, quindi, è che Vespa scrive i suoi libri nelle pause pubblicitarie di Porta a Porta.

La terza è che se tutti facessero ricerca storica come lui a scuola studieremmo la storia sui fascicoli a puntate di Famiglia Cristiana.

La prima parte del libro non è male. Molto istituzionale e banale, certo, però tutto sommato si lascia leggere. È un grande riassunto che non fa danno. La seconda, quella su Tangentopoli, è invece illeggibile. Ho molta paura di addentrarmi nella terza.

La cosa più carina, però, è il metro di giudizio che Vespa usa per parlare di Mani Pulite. Per lui i politici di allora non si dividono tra onesti o disonesti, ma nemmeno tra più disonesti e meno disonesti; no, Brunone valuta a modo suo: buoni e cattivi. Dove i buoni sono quelli che gli sono stati amici (magari concedendogli esclusive, interviste, appoggi e così via), i cattivi quelli che non l’hanno protetto o che hanno preferito altri giornalisti a lui.
In questo modo Forlani, Andreotti, Craxi, Cossiga e perfino Di Pietro fanno la figura quasi dei santi; Borrelli, Fanfani, Occhetto e altri, dei diavoli. Non sulla base di “questo ha rubato” e “questo non ha rubato”, ma del “questo ha rubato ma in fondo era una brava persona” e “questo ha rubato ma in fondo era uno stronzo”.

Vien da pensare che Vespa, a ben guardare, non abbia nessuna vera opinione politica. Che non sia fazioso nel senso tradizionale del termine, che non parteggi per la destra piuttosto che per la sinistra; che parteggi solo per i suoi amici e protettori, ovunque essi siano. Ed è curioso: perché è la stessa cosa che fanno le prostitute. E questa è la quarta cosa che ho imparato.