La sindrome dell'aggiornamento - Scriplog

28 gennaio 2015
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Riflessioni sparse
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Una volta, i software e i giochi per computer erano monoliti inamovibili. Li compravi – in dischetti o DVD, a seconda di quanto possa andare indietro la vostra memoria – e rimanevano sempre uguali a loro stessi. Certo, se si trattava di applicativi importanti ogni tanto ne usciva una nuova versione, ma di solito non avevi i soldi per comprarla e ti accontentavi di quella che avevi in casa.

Poi è arrivato internet e hai cominciato a scaricare i programmi, o a farteli passare dal tuo amico che li scaricava. Così potevi permetterti sempre l’ultima release di Photoshop: tanto, mica la pagavi. Anche perché pagare centinaia di euro per ridimensionare un’immagine o salvarla in JPG era una pazzia.

Poi sono arrivate le app, e hai ricominciato a pagare, perché ormai si trovano talmente tante applicazioni a prezzi talmente tanto accessibili che, diciamolo, è più comodo essere onesti e pagare due lire che perdere ore a scaricare un torrent, applicarci una crack disattivando internet e così via.

Sembra un meccanismo virtuoso, ma c’è un “ma”: i software oramai si aggiornano di continuo. L’app di Facebook per iPhone viene rivista ogni 15 giorni, ma anche le altre – o almeno quelle principali – ci hanno abituato a ritmi estenuanti, sia per i programmatori che devono sempre rimettere mano al prodotto, sia per noi che dobbiamo abituarci ogni volta a un cambio di grafica, a nuove funzionalità, a bug improvvisi.

Il problema principale, almeno per me, è che mi è nata una specie di “sindrome dell’aggiornamento”: in pratica, uso un’app per qualche giorno e, appena mi accorgo di non riuscire a fare una cosa che vorrei fare, inizio ad aspettare spasmodicamente che esca un nuovo aggiornamento, sicuro che quella funzione sarà presto introdotta («Come possono non pensare alle mie esigenze?»).

Ad esempio, l’app di Google+ non ti permette di cambiare rapidamente l’account che stai utilizzando, e devi disconnetterti e poi riconnetterti, perdendo ogni volta un paio di minuti: ecco, io sono mesi che aspetto che aggiungano la possibilità di uno switch rapido, alla maniera di Twitter. Oppure Tweetbot, dove agogno da settimane l’introduzione di una funzione che permetta di filtrare via tutti i retweet in un sol botto (so che si possono bloccare i retweet di una persona, ma non si possono spazzare via tutti).

Una volta non leggevo mai le note di rilascio dei vari software: le trovavo inutili e ridondanti, perché tanto con quei programmi ci avrei convissuto per anni e avrei avuto tutto il tempo di scoprire le novità da solo; oggi invece le conosco nei dettagli. E rimango frustrato perché queste app non sono mai come le vorrei, e, anche quando cambiano, cambiano in direzioni diverse da quelle che desidero. Le app, insomma, assomigliano sempre più alle persone: è questo il guaio.