I cinque libri di storia che mi hanno cambiato la vita - Scriplog

30 marzo 2015
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Ci sono dei libri che – un po’ perché ben scritti e un po’ perché capitano proprio al momento giusto – ti cambiano l’esistenza. Spesso si tratta di romanzi, ma questo effetto possono averlo anche i saggi, soprattutto se affrontano temi che ti stanno particolarmente a cuore o che diventano centrali nella tua vita professionale. A volte non sono, in assoluto, i migliori libri mai scritti su quel dato argomento, ma sono i libri giusti per te, che hanno segnato in qualche modo la tua esistenza; per questo motivo, non sempre i libri che cambiano la vita a una persona sortiscono lo stesso effetto anche sulle altre.

Ciononostante, letture come queste vanno condivise: perché volumi come questi hanno un qualche potere nascosto; perché è sempre possibile che lascino indifferenti nove persone su dieci, ma che sulla decima abbiano un effetto dirompente. Da oggi, quindi, inizierò a presentarvi alcuni libri (e poi, più avanti, film, dischi, fumetti e quant’altro) che mi hanno letteralmente aperto la mente. Partiamo da quelli di storia.

 

1. Eric J. Leed – Terra di nessuno

Terra di nessuno di Eric J. LeedAvevo appena iniziato il secondo anno di università e, per l’esame di Storia contemporanea, mi fu affibbiata una serie interminabile di libri, perlopiù sulle due guerra mondiali, o meglio sul passaggio dalla Prima alla Seconda. Forse il primo libro che iniziai a leggere e studiare – perché alla Feltrinelli di Bologna, quella sotto alle torri, l’avevano subito disponibile, edito dai concittadini del Mulino – fu proprio Terra di nessuno, un libro fantastico che raccontava l’esperienza della Prima guerra mondiale dal punto di vista dei volontari, dei giovani intellettuali e borghesi che, nell’estate del 1914, in Inghilterra come in Austria, si erano gettati a capofitto nel conflitto, sperando di trovarvi un senso per un’esistenza che ritenevano vuota.

Era un libro di storia, ovviamente, ma era anche un libro di psicologia, senza dimenticare i pesanti influssi dell’antropologia e della sociologia. Per me era il primo libro di quel tipo, e anche tutti quelli che lessi dopo e che erano scritti sulla stessa falsariga non riuscirono a catturare quella capacità di analisi a tutto tondo, quella descrizione così variegata eppure così completa della distruzione di un’intera generazione. Certo, Addio alle armi, Un anno sull’altipiano e Niente di nuovo sul fronte occidentale ti danno un’idea chiara di cosa fosse stata la Grande Guerra per i soldati; ma Terra di nessuno, pur essendo un saggio e quindi molto più legato e quasi costretto a rimanere fedele alla verità fattuale, crea un vero e proprio affresco.

 

2. Marc Bloch – Apologia della storia

Apologia della storia di Marc BlochDi Marc Bloch ho già parlato in lungo e in largo quando ho utilizzato alcuni suoi libri – e, tra questi, anche Apologia della storia – per spiegare quali secondo me dovrebbero essere i compiti della scuola oggi. Tra i tanti, però, questo suo libretto è a mio modo di vedere il più bello; e proprio perché non è un libro di storia, ma sulla storia: come il sottotitolo (Mestiere di storico) lascia intuire, è infatti un manuale che cerca di spiegare come deve lavorare un “operatore della storia”.

Anticipando di molto il lavoro di Leed e di altri suoi colleghi, Bloch dimostrava, nei primi anni ’40, che la storia ha bisogno del contributo di molte altre discipline, come l’economia, la sociologia, la psicologia, la geografia, la biologia; presentava poi le varie fonti che uno storico può utilizzare, la loro diversa affidabilità e come si doveva gestirle; e infine ricordava le insidie del mestiere e il modo in cui si doveva cercare di trovare le cause degli eventi. Un piccolo capolavoro, agile e semplice, che dice cose basilari ma spesso dimenticate, ormai non solo nell’ambito storico ma anche nella quotidiana interpretazione del mondo.

 

3. Norbert Elias – La società di corte

La società di corte di Norbert EliasNon propriamente un libro di storia è neppure La società di corte di Norbert Elias, quanto piuttosto un saggio in cui la storia si mescola alla sociologia. Il tema, qui, è la vita a Versailles durante il regno di Luigi XIV, ma più in generale il ritratto di una classe sociale, l’aristocrazia, a un passo dal tramonto dell’ancien régime: tramite un complesso insieme di riti, che Elias descrive con dovizia di particolari ma senza mai risultare noioso, il Re Sole era infatti riuscito ad isolare la nobiltà dal vivere civile della nazione, ad anestetizzarla, a chiuderla in un mondo artificioso e falso. Questo, a breve andare, avrebbe costituito la rovina non solo della nobiltà, che sarebbe stata travolta dall’ondata rivoluzionaria, ma anche della stessa monarchia francese, anch’essa vittima infine del suo stesso progetto politico, che aveva assicurato tanta forza a Luigi XIV ma tanta debolezza ai suoi successori.

Un libro che si legge come un romanzo, ma che riesce a modificare il modo di intendere un’epoca come solo un libro di storia può fare.

 

4. Leonardo Sciascia – Il Consiglio d’Egitto

Il Consiglio d'Egitto di Leonardo SciasciaContinuo la mia lista di libri di storia atipici con quello che è invece propriamente un romanzo, Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Anche di questo libro ho già scritto altrove, ma vale la pena ritornarci sopra un attimo per spiegare i motivi di questa mia devozione verso una delle meno note opere dello scrittore siciliano: questo libro, infatti, costituisce la storia romanzata di un fatto veramente accaduto, che Sciascia ricostruì dopo essersi ampiamente documentato e che è di conseguenza piena di riferimenti storici accurati e precisi. Ma non è per questo che, secondo me, questo volume può essere considerato un libro di storia, anche perché in fondo di romanzi storici ce ne sono a migliaia; Il Consiglio d’Egitto è piuttosto un libro di storia perché il suo tema, il suo argomento principale è proprio il falso storico.

La storia che Sciascia racconta è infatti quella dell’abate Vella, un maltese che, alla fine del Settecento, finse di aver rinvenuto un antico documento risalente alla dominazione araba della Sicilia e, facendo credere che quel documento avvalorasse le pretese politiche ora dei nobili e ora del re, riuscì a guadagnarsi prestigio sociale, riconoscimenti e perfino l’istituzione di una cattedra di lingua araba presso l’Università di Palermo, a lui affidata. Ai fatti documentari Sciascia aggiunge, da buon romanziere, i pensieri del Vella, ma la sua analisi di come il falso storico si possa collegare a interessi politici molto autentici è acuta e profonda come poche. E poi il romanzo è scritto, ovviamente, benissimo.

 

5. Ernst Von Salomon – I proscritti

I proscritti di Ernst von SalomonConcludiamo con un altro romanzo, a metà via tra la fiction e il memoriale: I proscritti di Ernst Von Salomon. A questo libro mi avvicinai mentre, sempre all’università, stavo preparando la mia tesi di laurea. In quella mia ricerca stavo cercando – emulo di Leed – di indagare le motivazioni che avevano spinto alcuni giovani italiani ad arruolarsi volontari non nelle truppe partigiane, un’esperienza che era stata esplorata più e più volte, quanto nelle milizie fasciste; perché, al fianco dell’esercito di coscritti, esistevano anche delle forze armate fasciste composte da volontari, ragazzini che si arruolavano e andavano a combattere per una parte che si sapeva ormai essere destinata alla sconfitta, ma che nonostante questo non esitavano a presentarsi al reclutamento. Tra di loro, anche persone poi destinate a importanti carriere accademiche come lo storico Roberto Vivarelli, morto lo scorso anno, o Carlo Mazzantini, padre della nota scrittrice Margaret.

Fu proprio leggendo A cercar la bella morte di Mazzantini che trovai un riferimento a I proscritti di Von Salomon, da lui letto da ragazzo e corresponsabile del suo arruolamento nelle fila fasciste. Recuperai il libro tedesco (pubblicato in Italia grazie anche a Marco Revelli, figlio del famoso partigiano Nuto) e rimasi inorridito e affascinato da quella storia: Von Salomon raccontava come si era arruolato nei Freikorps, quelle organizzazioni paramilitari che nella Germania del primo dopoguerra scatenarono la guerra civile contro i comunisti, assassinandone i capi; raccontava poi di come lui e il suo battaglione erano stati mandati sul confine orientale, a combattere contro altri comunisti per paura che la rivoluzione russa sfociasse a ovest. Ma, soprattutto, raccontava in maniera chiara ed incontrovertibile la deriva di una generazione, la ferita insanabile della guerra persa, le motivazioni che avrebbero spinto tanti, purtroppo, a cercare rifugio nel nazismo che di lì a qualche anno avrebbe convogliato quelle energie in una forza distruttiva e letale.

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