I 5 dischi che mi hanno cambiato la vita - Scriplog

22 aprile 2015
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Riflessioni sparse
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Ve l’avevo promesso, e prima o poi le promesse vanno mantenute: dopo i libri di storia e i libri a fumetti che hanno contribuito a formarmi, è giunto il momento di parlare dei dischi che hanno avuto su di me lo stesso effetto.

Come vedrete, si tratta di cinque grandi album che, a distanza di anni, non hanno perso un grammo del loro fascino; ma la mia scelta non è stata basata solo sulla qualità artistica – perché di bei dischi ce ne sono anche altri, a volte degli stessi cantanti e autori e a volte di persone che qui non ho nemmeno citato – ma anche sul modo in cui quei dischi mi hanno segnato. Insomma, non solo sono grandi album, ma mi sono capitati addosso al momento giusto, lasciandomi un’impronta. Qui di seguito provo a raccontarvi il perché.

 

1. Fabrizio De André – Non al denaro non all’amore né al cielo

Non al denaro non all'amore né al cielo di Fabrizio De AndréQuand’ero piccolo, in casa c’erano alcuni dischi in vinile (per la verità non moltissimi) e una certa quantità di musicassette, ovviamente copiate. Sicuramente non ci si procurava abusivamente le canzoni nelle quantità industriali in cui lo si fa ora, ma le cassette si usavano quasi esclusivamente per copiare gli album originali e passarli agli amici, ai parenti, ai compagni di classe. Tra tutte queste musicassette che appartenevano ai miei ce n’erano molte di Fabrizio De André, del quale avevamo anche qualche vinile ma che io, imberbe ragazzino delle medie, ancora non avevo scoperto.

Di album di De André, però, ne mancavano alcuni, che mia madre ricordava come epici e indimenticabili. Li aveva avuti in vinile, ma poi erano andati persi, forse perché li aveva tenuti suo fratello quando si era sposata o per chissà quale altro motivo. Tra questi dischi, quello che mia madre ricordava con maggior nostalgia era Non al denaro non all’amore né al cielo, un LP che il cantautore ligure aveva realizzato nel 1971 adattando alcune poesie di Edgar Lee Masters tratte dall’Antologia di Spoon River.

Dovevo essere alla fine delle medie quando finalmente noi figli, d’accordo con nostro padre, decidemmo di regalare il CD dell’album a mia madre, soddisfacendo un desiderio espresso chissà quante volte ma che neppure lei aveva mai pensato di concedersi. Non che il disco costasse granché: ma sapete com’è, si pensa che si vorrebbe una cosa ma ci si dimentica sempre di prenderla. Inutile dire che quel disco lo ascoltai molto più io di mia madre, e infatti oggi è a casa mia (senza che lei, credo, se ne sia mai accorta); e poi, col tempo, m’innamorai anche dell’Antologia di Spoon River e di molti altri lavori di De André.

 

2. Francesco De Gregori – La nostra storia

La nostra storia di Francesco De GregoriTra i dischi che erano presenti in casa dei miei c’erano, come detto, anche alcuni LP; e, tra questi, tre o quattro erano firmati da Francesco De Gregori. Erano album della fine degli anni ’80: ricordo distintamente (e a casa dei miei dovrebbero esserci ancora) i 33 giri di Terra di nessuno, del 1987, e di Mira Mare 19.4.89, appunto del 1989, oltre ai live Catcher in the Sky, Niente da capire e Musica leggera. Mio padre era infatti un vecchio fan di De Gregori, anche se in quella fase – a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 – era più vicino al ruolo di “innamorato deluso” perché, diceva, il cantante romano non faceva altro che riciclare vecchie canzoni. Quella fase fu, in effetti, un periodo di stanca a livello compositivo di De Gregori, come testimoniano i soli due album di inediti rilasciati in tutti gli anni ’90.

Oltre ai dischi già citati, però, nel mobiletto dell’hi-fi c’era anche un LP che si intitolava La nostra storia. Era un best uscito nel 1987 che conteneva 14 brani: si cominciava con La donna cannone e si proseguiva poi con Buonanotte fiorellino, Stella stellina (brano che meriterebbe di essere suonato più spesso nei concerti), Niente da capire, Generale, Viva l’Italia, Bufalo Bill, Rimmel, Alice, Titanic, I muscoli del capitano, La leva calcistica della classe ’68, Pablo e Piccola mela. C’erano, insomma, tutti i più grandi successi della carriera di De Gregori fino ad allora. Io – che all’epoca non avevo un’idea reale di chi fosse quell’uomo col cappello raffigurato in copertina – lo provai a mettere sul giradischi perché, ricordo, avevo visto al telegiornale un servizio accompagnato dalla musica de La donna cannone e avevo chiesto ai miei di che canzone si trattasse.

Quel disco credo di averlo ascoltato migliaia di volte, tanto è vero che ancora oggi quando sento De Gregori che reincide una di quelle canzoni mi sale il fastidio, perché la esegue in maniera diversa da com’è registrata in quell’album; oppure, quando mi capita di ascoltare i suoi dischi degli anni ’70, mi aspetto che dopo Niente da capire parta Generale, o che dopo Rimmel ci sia Alice, com’era in effetti in quel best. Non ho più amato un vinile tanto quanto quello.

 

3. R.E.M. – Automatic for the People

Automatic for the People degli R.E.M.Lasciamo ora i tempi delle medie e passiamo al liceo. Frequentavo, mi pare, la seconda superiore quando un mio compagno mi prestò, una alla volta, tre cassette originali di un gruppo americano che aveva scoperto quasi per caso. Per noi ragazzini di provincia alla metà degli anni ’90, la musica era infatti un mondo tutto da scoprire. Non c’era internet per documentarci e anche nelle edicole non si trovavano molte riviste specializzate (ad un certo punto, per dire, mi misi a collezionare numeri de Il Mucchio Selvaggio con la stessa cura con cui si trattano le reliquie). Certo, c’era la TV e c’era MTV, ma il canale musicale aveva gli stessi difetti delle radio: trasmetteva anche qualcosa di buono, ma annacquato in mezzo a tanta altra porcheria; e in città avevamo pure un paio di negozi di dischi, ma in uno si dava spazio soprattutto alla musica italiana mainstream e nell’altro ci stava antipatico il proprietario.

Il nostro punto di riferimento principale per scoprire nuova musica era quindi il catalogo di Nannucci, lo storico negozio di dischi di Bologna che vendeva CD per corrispondenza. Noi giovanotti appassionati lo sfogliavamo come una Bibbia, contando i soldi che avevamo nel portafoglio per decidere su quale album che ancora non possedevamo (e dei quali, di conseguenza, non conoscevamo le canzoni, se non al massimo un singolo) investire i nostri pochi risparmi. Questo mio compagno di classe si era così accaparrato tre audiocassette (che costavano meno) dei R.E.M.: erano Out of Time, Automatic for the People e l’appena uscito Monster. E la prima cassetta che mi prestò fu Automatic for the People, che mi lasciò folgorato.

Era – e per me rimane ancora oggi – il più bel disco mai inciso senza un singolo degno di questo nome. Mi spiego meglio: da quell’album di singoli ne furono estratti in realtà ben sei (nell’ordine, Drive, Man on the Moon, The Sidewinder Sleeps Tonite, Everybody Hurts, Nightswimming e Find the River), ma solitamente la caratteristica di un singolo è di essere una canzone più bella – o almeno più orecchiabile e “radiofonica” – di quelle contenute nel resto dell’album; qui, invece, a mio modesto parere nessun singolo, per quanto bello, riusciva a sfiorare la bellezza che il disco aveva nella sua totalità. I singoli erano carini, interessanti, a tratti anche memorabili, ma l’album nel suo complesso, ascoltato dall’inizio alla fine nell’ordine scelto da Michael Stipe e soci, era insomma un capolavoro superiore alla somma delle parti.

 

4. Belle and Sebastian – Tigermilk

Tigermilk dei Belle and SebastianVi dicevo, qualche riga fa, di come per noi ragazzi di metà anni ’90 l’esplorazione del mondo musicale fosse sostanzialmente un’impresa. Oggi, quando si compra un album, si va a colpo sicuro: i brani si possono sentire in anteprima un po’ ovunque, da YouTube a Spotify, e quindi di fatto quando si decide di tirare fuori la carta di credito si conosce già ogni nota di ciò che si andrà a comprare; a metà anni ’90 non era affatto così, perché ogni disco era un terno al lotto e non sapete quante volte mi sono mangiato le mani per aver speso le uniche 20.000 lire che avevo nel portafoglio per un disco mediocre.

I più saggi di noi, però, cercavano di ovviare a questi inconvenienti affidandosi alle riviste specializzate. La mia preferita era Il Mucchio Selvaggio, sulle cui colonne per la prima volta sentii parlare di una band scozzese sconosciuta ai più, i Belle and Sebastian. Erano, credo, già al terzo disco e forse si era già arrivati al 1998 o 1999; in ogni caso riuscii a comprare – mi sembra proprio tramite alcuni negozi di dischi che si facevano pubblicità su Il Mucchio – il primissimo disco di quella band, Tigermilk, da poco ripubblicato in una tiratura più decente visto il successo crescente a cui Stuart Murdoch e i suoi compari stavano andando incontro.

Il disco era inquietantemente bello, nonostante sia ancora oggi un lavoro semisconosciuto all’interno della discografia dei comunque poco noti Belle & Sebastian. Amavo She’s Losing It, che parlava con tono scanzonato di ragazze maltrattate, The State I Am In, che iniziava dicendo «I was surprised, I was happy for a day in 1975», Mary Jo che chiudeva il disco e praticamente ogni singola canzone di quel maestoso eppure semplicissimo disco. Già da qualche anno i Belle and Sebastian – pur continuando ad essere bravissimi – non fanno più album del genere; si sono fatti contaminare almeno in parte da generi diversi, perdendo un po’ di quella purezza originaria. Ma Tigermilk è il pop più soave che abbia mai sentito.

 

5. Radiohead – OK Computer

OK Computer dei RadioheadSempre in quegli stessi anni, un altro gruppo riuscì a lasciarmi – per motivi completamente diversi – a lungo a bocca aperta: i Radiohead. La band la conoscevo già, perché proprio grazie ai Magazzini Nannucci mi ero procurato Pablo Honey, un disco dalla copertina bellissima (ebbene sì, su un catalogo cartaceo a volte si sceglieva anche in base alla copertina) che conteneva alcuni brani molto interessanti come Creep, Anyone Can Play Guitar o Prove Yourself. La band mi piaceva ma non era la mia preferita, visto che i miei favori a quel tempo andavano, sul versante della musica in inglese, soprattutto ai R.E.M. o ad alcuni classici dei decenni precedenti.

Quando uscì OK Computer, nel maggio del 1997, io stavo finendo la quarta liceo. Ad agosto avrei compiuto 18 anni e avrei cominciato a studiare per la patente, che avrei poi preso nel gennaio 1998. Come al solito, non avevo soldi – la piccola mancia che ricevevo la usavo per fumetti, libri, dischi, cinema, e non bastava mai – e quindi optai non per il CD, che per le mie tasche di allora era sempre caro, ma per la versione in musicassetta, che tra l’altro ben si adattava ad essere ascoltata anche in auto quando, pochi mesi dopo, cominciai a girare con la Fiat Ritmo dei miei. Avete presente il video di Karma Police, quella clip un po’ angosciante ripresa dall’interno di un’auto? Ecco, immaginate com’era ascoltare quella canzone mentre si guidava una scassatissima Ritmo nella nebbia del Polesine.

Ma tutte le canzoni di quel disco erano meravigliose e, soprattutto, sorprendenti. I Radiohead avevano inventato un nuovo modo di creare canzoni che a me ricordava – per potenza e innovazione – quello dei migliori Pink Floyd. Paranoid Android, Exit Music (for a Film), perfino la parlata Fitter Happier e soprattutto No Surprises mi lasciavano di stucco ogni volta che le ascoltavo, pur nella bassissima fedeltà di un’autoradio vecchissima. Un disco talmente bello che per parecchio tempo mi fece passare la voglia di scoprire cose nuove, come se la musica avesse toccato l’apice con quell’album e fosse morta assieme ad esso.

Non Al Denaro, Non All'Amore,
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La Nostra Storia
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Automatic for the People
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Tigermilk
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Ok Computer
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Radici
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Gli esclusi eccellenti

Prima di salutarvi, vi lascio con l’elenco di altri cinque dischi che non sono riusciti ad entrare in elenco. Si tratta, in pratica, degli album che sarebbero andati dalla sesta alla decima posizione. Eccoli, in ordine di uscita: Francesco Guccini – Radici; Queen – A Night at the Opera; The Cranberries – No Need to Argue; Baustelle – La malavita; I Cani – Il sorprendente album d’esordio de I Cani (dite quello che volete, ma Niccolò Contessa è il meglio prodotto dall’indie italiano da molti anni a questa parte, e se non ve ne siete accorti peggio per voi).