La migliore scuola del mondo? - Scriplog

17 maggio 2015
Argomento
Scuola
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Sono ormai dieci anni che insegno nella scuola pubblica, e credo che il discorso che ho sentito ripetermi più volte sia quello che in genere inizia con la frase «No, ma la verità è che la nostra scuola è la migliore del mondo». Una frase che è ritornata in auge in questi giorni di possibili riforme: certo, qualche difettuccio il nostro sistema l’avrà pure, ma sostanzialmente funziona. E allora, perché cambiarlo?

Non è un caso che i sindacati siano andati al tavolo delle trattative senza uno straccio di proposta alternativa ad alcuni dei cambiamenti proposti da Renzi, perché la scuola, per moltissimi dei loro iscritti, va bene così com’è e non va cambiata per nessun motivo. «Ogni trattativa è un tradimento», recitavano alcuni striscioni. E così i sindacati non hanno proposto un modello di valutazione diverso, non hanno proposto un sistema di mobilità che per una volta possa premiare anche il merito e non solo l’anzianità di servizio, non hanno proposto nulla di serio. E Dio solo sa quanto una democrazia avrebbe bisogno di proposte alternative con cui confrontarsi e non di semplici no; invece tutti sembrano compattati sull’idea che la scuola italiana vada già bene così com’è e che ogni cambiamento sarebbe un peggioramento.

Ma è davvero così? La scuola italiana funziona davvero? Siamo noi insegnanti “la buona scuola”? Ne ho letti a decine, a centinaia, di commenti di questo tipo, in questi giorni. «Ci provassero i ministri ad andare ad insegnare nelle borgate romane; ci provassero loro a trovarsi classi con cittadini stranieri che non sanno la lingua. Ci provassero. I nostri insegnanti sono eroi, martiri, santi laici che hanno sacrificato anni di fatiche e lavoro e tenuto in piedi l’Italia». E non sto esagerando, preso da fervore retorico: il tono di molti commenti è proprio questo.

Ecco, a me, quando leggo queste cose, viene un po’ d’orticaria. Perché tutti questi discorsi puzzano di bugia consolatoria, di un palese tentativo di auto-incensarsi: quali prove abbiamo per stabilire che la nostra scuola funziona? Quali dati? «Basta guardare gli studenti stranieri che vengono qui in visita – mi si risponde spesso –: li portiamo in una chiesa e non capiscono nemmeno la differenza tra gotico e romanico». Come se, nella vita, sapere la differenza tra gotico e romanico fosse più importante di saper ragionare con la propria testa, saper sviluppare un progetto, saper organizzare un concetto, saper dare un’interpretazione a quello che abbiamo davanti. Come se la scuola si potesse davvero ridurre solo a una questione di nozioni (ammesso che poi davvero i nostri alunni siano così bravi con le nozioni).

Oppure si dice: «Guardate i nostri ragazzi che emigrano all’estero: tutte le aziende li vogliono, perché sono più preparati degli altri». Ma è davvero così? Tempo fa feci una serie di articoli su giovani della mia provincia che si erano trasferiti e lavoravano ad alto livello negli Stati Uniti o in altri paesi; ma per un italiano che ce la fa, quanti non ce la fanno? E gli italiani sono davvero preferiti, che ne so, agli asiatici, ai francesi, ai tedeschi? Abbiamo dati per poterlo dire? O sono solo quei pochi, preparatissimi italiani a farcela, mentre il grosso dei nostri ragazzi arranca? E, in questo caso, vuol dire che la nostra scuola prepara molto bene pochissimi e piuttosto male tutti gli altri? Sono tutte domande a cui bisognerebbe dare una risposta seria e non basata sul semplice “sentito dire”.

La mia idea è che per poter dire se la nostra scuola funzioni oppure no ci sia insomma bisogno di dati, di analisi. Analisi che, per carità, saranno sempre limitanti, incapaci di cogliere completamente le qualità e i difetti del nostro sistema educativo, ma che comunque qualche indicazione potranno pur darcela. E allora ho cercato di recuperare tutti i dati che abbiamo a disposizione, elaborati da organismi internazionali di alto livello. Ve li elenco:
Tasso di alfabetizzazione (cioè quanti sanno leggere e scrivere): siamo il 47° paese al mondo, col 99.2% di individui alfabetizzati; non male, ma tra i paesi della UE solo la Croazia, la Bulgaria, la Spagna, Cipro, la Romania, la Grecia, il Portogallo e Malta sono dietro di noi. Tutti gli altri, quelli più industrializzati, ci sono davanti. (fonte: Wikipedia)
Indice di sviluppo umano (che tiene conto sia dell’istruzione che dell’economia e dello stile di vita): siamo al 26° posto, davanti, nell’Unione Europea, solo a Spagna, Repubblica Ceca, Grecia, Cipro, Lituania, Polonia, Slovacchia, Malta, Portogallo, Ungheria, Croazia, Lettonia, Romania e Bulgaria. Anche qui, tutti i paesi industrializzati ci stanno davanti. (fonte: Wikipedia)
Tasso di laureati: l’Italia è ultimissima in Europa, con solo il 22.4% di laureati. Ultima. Ripeto: ultima. E non ditemi che la nostra università è difficile, per favore. Ci sono paesi che hanno il doppio dei nostri laureati: ad esempio l’Irlanda (52.6%), il Lussemburgo (52.5%), la Lituania (51.3%), la Svezia (48.3%), Cipro (47.8%), il Regno Unito (47.6%) e la Finlandia (45.1%); altri – anche in certi casi molto grandi e con un numero di abitanti superiore al nostro – vanno vicinissimi a doppiarci: Francia (44.0%), Estonia (43.7%), Danimarca (43.4%), Paesi Bassi (43.1%), Belgio (42.7%), Spagna (40.7%), Lettonia (40.7%), Polonia (40.5%), Slovenia (40.1%). (fonte: Eurostat)
Tasso di abbandono scolastico: grave è la situazione anche per quanto riguarda l’abbandono scolastico, cioè il numero di studenti che non riescono a finire la scuola secondaria. In questo caso, siamo quintultimi in Europa, col 17% di abbandoni, davanti solo a Spagna (23.5%), Malta (20.9%), Portogallo (19.2%) e Romania (17.3%). Di questi dati avevo parlato anche qui qualche tempo fa. (fonte: Eurostat)
Test OCSE-PISA: OCSE è l’acronimo dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, un organismo internazionale con sede a Parigi che raggruppa 34 paesi (tutta l’Europa occidentale più qualche paese dell’est, il nord America, l’Oceania, il Giappone). Periodicamente, questo organismo effettua un’indagine che è chiamata PISA (anche questo un acronimo che non ha niente a vedere con la città toscana: sta per Programme for International Student Assessment) che serve a valutare la qualità dei livelli di istruzione degli adolescenti. È una specie di INVALSI, ma a livello internazionale. Si valutano l’alfabetizzazione letteraria, matematica e scientifica. I risultati più recenti sono quelli del 2012. L’Italia è 27sima per la lettura (dietro a Finlandia, Irlanda, Polonia, Estonia, Paesi Bassi, Belgio, Germania, Francia, Norvegia, Regno Unito, Danimarca, Repubblica Ceca e Austria, limitandoci alla sola UE), 32sima per la matematica (davanti, in Europa, solo a Spagna, Slovacchia, Svezia, Croazia, Grecia, Romania, Cipro e Bulgaria) e 32sima anche per le scienze (davanti a Lussemburgo, Croazia, Portogallo, Svezia, Slovacchia, Grecia, Bulgaria, Romania e Cipro). (fonte: Wikipedia in inglese)

In pratica, siamo l’ultimo tra i paesi industrializzati in Europa. Ci stanno dietro solo alcune nazioni dell’est o altre economicamente molto deboli. La Francia, la Germania e il Regno Unito, cioè gli stati che hanno le nostre dimensioni e un’economia comparabile alla nostra, ci surclassano su tutta la linea. Per quanto tutti questi test e questi dati vadano presi con le molle, quindi, siamo davvero sicuri che la nostra scuola sia la migliore del mondo? E che non si debba pensare in qualche modo a cambiarla?

  • spflute

    Complimenti per l’articolo, e per la critica. Ma hai ignorato il fatto che nelle proposte della Buona Scuola si parla molto poco o quasi niente di programmi scolastici, ma sopratutto di gestione della Azienda Scuola. Quallo che chiede chi vive la scuola é che non venga tolto il diritto allo studio, e che la figura del docente non sia screditata da tutti i nuovi fattori che vogliono inserire.
    Scommetto che non sei un docente!!!

  • Paolo

    Adesso che l’autore ha fatto questo “esercizietto” indichi con precisione quali sono le misure della riforma di Renzi dirette a migliorare gli aspetti critici della scuola italiana. La verità è che la riforma si occupa di tutt’altro e peggiorerà ancora di più la situazione. Tra l’altro la faziosità dell’autore è evidente quando omette di evidenziare quanto spendono gli altri stati per l’istruzione pubblica (in questo caso è necessario tra l’altro scorporare le spese per gli insegnanti di sostegno che in molti stati sono pagati con capitoli a parte dedicati alle scuole speciali)

  • scrip

    @disqus_F78II7MywB:disqus Ho detto che la riforma Renzi è la miglior riforma possibile? Ho detto che risolve tutti i problemi della scuola? Ho detto che è da prendere a scatola chiusa? Ho detto che è la panacea di tutti i nostri mali? Non mi pare. Ho scritto che avrei voluto che i sindacati portassero sul piatto delle proposte alternative, che si impegnassero attivamente per cambiare la scuola. Fazioso, purtroppo, non sai bene cosa significhi: io non faccio il tifo per Renzi, né per i presidi, né per chissà chi altro. Ho esposto un problema, portando dei dati. Tu invece parli di riforme che peggioreranno ancora di più la situazione, ma non spieghi in che modo; parli di spese degli altri stati, ma non porti dati. La tua non è voglia di discutere, ma solo incapacità di confrontarsi con opinioni diverse dalle tue. E questo atteggiamento è uno dei problemi profondi della scuola italiana.
    @spflute:disqus sono un insegnante. Certo, nel DDL non si parla di programmi, e quello è un nodo focale, sono d’accordo. Non ho capito però perché la riforma dovrebbe ledere il diritto allo studio: non mi risulta ci siano articoli che riguardano questo tema. Riguardo allo screditare la figura del docente, io credo che invece servano dei cambiamenti (magari non quelli di Renzi o nelle forme proposte da Renzi, ma dei cambiamenti sì) per ridare dignità al docente: il nostro ruolo è sempre più deficitario a livello sociale, e non lo è solo perché fuori dalla scuola sono tutti deficienti. L’insegnante gode di poca stima perché spesso ha contribuito lui per primo a creare questa situazione. Quando ho cominciato a insegnare, dieci anni fa, ho lavorato per più di due anni come insegnante di sostegno, e così facendo ho assistito a molte lezioni tenute da altri docenti, in vari istituti della mia provincia. Ebbene, ero così svilito dal livello di impreparazione e incapacità di molti che ho pensato seriamente di cambiare lavoro: perché, diciamoci la verità, ci sono insegnanti bravi, ma ci sono anche insegnanti che non avrebbero mai dovuto mettere piede in un’aula. L’idea che si possa introdurre un sistema di valutazione e qualche forma di incentivazione per gli insegnanti è, a mio parere, una cosa che ha la priorità sui programmi: un bravo insegnante riesce a fare miracoli anche con un programma o una didattica superati; un cattivo insegnante non si salva con le riforme della didattica. Chi e come debba valutare gli insegnanti, ok, è un altro discorso, ma questa a mio parere è la priorità assoluta. Fingere che vada tutto bene è quello che ci ha portati fin qui.

  • Patrizia

    sono d’accordo, finalmente leggo un’articolo sensato, non di parte e che invita a documentarsi e ragionare, finalmente uno sprone al confronto. grazie!

  • Concordo con chi dice “finalmente un articolo sensato” e sono d’accordo sostanzialmente con tutto. Vorrei però fare un solo appunto. Alla voce «Tasso di laureati» parli di paesi quali Danimarca, Svezia e Finlandia.

    Teniamo presente che in quei paesi *civili* gli studenti vengono stipendiati per studiare all’università, mentre da noi dobbiamo pagare un sacco di tasse universitarie ogni anno. Uno studente danese prende 600 euro *al mese*, uno finlandese 500 e riguardo alla Svezia non ho dati precisi ma dovrebbe essere a livelli analoghi.

    Nei Paesi Bassi l’università si paga piuttosto altina, quasi ai livelli dell’Italia (in realtà un po’ meno), però i mezzi pubblici *in tutto il paese* sono gratis per gli studenti, che possono scegliere se viaggare gratis da lunedì a venerdì oppure nel weekend. Ovviamente molti scelgono i giorni settimanali.

    Io sono il primo a dire che ci sono meno laureati in Italia, ma rendiamoci anche conto di quanto male siamo presi in termini di come trattiamo gli studenti.

    Non parliamo poi dei contributi Erasmus infimi che ci vengono elargiti, ben al di sotto dei nostri colleghi spagnoli o polacchi… mi sono voluto trattenere.

    Cordialmente

    Uno studente italiano
    (che è stato in Erasmus in Danimarca e ora lo è nei Paesi Bassi)