Barcellona, il terrorismo, le emozioni e la ragione - Scriplog

18 agosto 2017
Argomento
Politica
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I morti hanno tutti lo stesso valore? Un morto italiano vale quanto decine di morti in Spagna o centinaia di morti in Asia o migliaia in Africa? Sì e no.

Quando leggo di stragi avvenute lontano da me, non provo emozioni forti. Mi dispiace, ma mi dispiace come quando leggo dei morti nella Notte di San Bartolomeo del 1572. Sono morti che non conosco, sono dati su un libro di storia o su un foglio di giornale. E proprio grazie a questa lontananza da me, riesco a ragionare a mente lucida. Mi chiedo perché il fatto sia avvenuto, e cosa si possa fare perché non avvenga più. E quando leggo le analisi o le dichiarazioni di giornalisti e politici, le condivido o le avverso come farebbe uno studioso, no3n come il fratello di una vittima.

Quando però la strage avviene in un luogo che mi è familiare, qualcosa cambia. Quando muore della gente a Barcellona (o a Londra, o a Parigi), istintivamente penso: ma lì ci sono stato, o c’è stato qualcuno che conosco. Lì potevo esserci io, o poteva esserci un mio familiare, o un mio amico. Quei morti non sono più dati su un foglio, sono potenzialmente miei fratelli. E non riesco più a guardarli come se fossero morti del 1572: sono morti di oggi, di ora, di qui.

Quando poi leggo che tra i morti di Barcellona c’è un ragazzo italiano di 35 anni, che era là in vacanza con le figlie, qualcos’altro cambia. Perché quel ragazzo assomiglia a me. È italiano come me, parla la mia lingua. Ha più o meno la mia età. Ha figli, come ne ho io. Quel ragazzo potevo essere io, la sua famiglia poteva essere la mia. E allora non sono più lucido, mi emoziono. Ci emozioniamo tutti. Quando è morta Valeria Solesin a Parigi, quelli che, nella mia percezione, si sono emozionati di più sono stati i giovani – che potevano essere nei suoi panni – e i loro genitori, che pensavano: «Quella ragazza poteva essere mia figlia».

Le vite umane hanno tutte lo stesso valore, è chiaro. Ma per me, per noi, una vita che tocca i nostri affetti, che assomiglia alle nostre o a quelle delle persone che amiamo non è uguale alle altre.

Quando muore qualcuno che sentiamo vicino (anche se non l’abbiamo mai incontrato), le emozioni prendono il sopravvento sulla ragione. A seconda di come siamo fatti, ci intristiamo, ci commuoviamo, oppure ci arrabbiamo. Sono tutte reazioni emotive e poco razionali. Non riusciamo più a leggere i commenti e le opinioni in maniera lucida, perché la nostra parte irrazionale prende il sopravvento su quella razionale.

Tutto ciò è normale. Però è dannoso. Perché lo scopo del terrorismo, in ultima analisi, è proprio questo: farci smettere di ragionare e renderci emotivi. Se sparassero ai militari in missione in Asia, la gran parte di noi non si emozionerebbe allo stesso modo. Se creassero azioni di guerra tradizionali, in un vero e proprio campo di battaglia, sentiremmo i morti o i feriti come persone distanti, diverse. No: attaccano proprio per cercare di colpire chi ci può più fare emozionare. I ragazzi, quindi. I turisti. La gente a passeggio.

 

Restare lucidi

E allora il primo modo in cui possiamo rispondere a tutto questo è restare lucidi. Lo ripeto: restare lucidi. Non cavalcare l’onda della rabbia, della frustrazione, dell’emozione. Assorbire la commozione e l’ira, e ricominciare a pensare. Solo così possiamo arginare il problema. Altrimenti cadiamo come pere nel loro tranello.

Anche perché, alla fin fine, cos’è che vogliono i terroristi? Intendo non solo quelli islamici, ma tutti i terroristi, in ogni fase della storia, al netto di pazzia e voglia di vendetta? Qual è il loro piano a lungo termine? Di solito si dice: “Vogliono radicalizzare lo scontro”. È vero, ma che significa? Cosa vuol dire “radicalizzare lo scontro”? Per me è molto semplice: vogliono farsi odiare. Vogliono che odiamo loro e quelli che anche solo vagamente somigliano a loro.

 

Farsi odiare

Ma perché lo fanno? Lo fanno perché i terroristi islamici sono pochi, spesso disprezzati dagli stessi musulmani che considerano fratelli. Sono convinti – come tutti i terroristi, da quelli politici a quelli che uccidono per l’indipendenza di un territorio – che il loro problema sia la presenza di troppi “moderati”. Per loro, ci sono troppi “musulmani moderati” che scendono a patti con gli occidentali, come per quelli delle Brigate Rosse c’erano troppi “compagni moderati” che scendevano a patti col sistema. Questi moderati, per loro, vanno spinti con la forza ad appoggiare le loro lotte. E l’unico modo per spingerli è fare in modo che il nemico se la prenda con loro.

Se noi ci mettessimo a costruire muri contro l’Islam, alimenteremmo automaticamente i gruppi estremistici. Se noi perseguitassimo o cacciassimo tutti i musulmani (che, con l’attentato, c’entrano quanto i cristiani c’entrano con l’investimento di Charlottesville), daremmo all’ISIS proprio quello che vuole. Perché i musulmani moderati si sentirebbero perseguitati, e molti di loro si radicalizzerebbero, schierandosi con gli estremisti.

E allora, lo ripeto, restiamo lucidi. Non ascoltiamo le sirene di quei politici e di quei giornalisti che non aspettano altro che cavalcare l’onda emotiva, perché di argomenti per ragionare non ne hanno neanche uno. Ragioniamo, pensiamo, restiamo lucidi.

ps.: sugli errori che si fanno quando si giudica in base alle emozioni, guardatevi, se volete, un vecchio film come La parola ai giurati. È un giallo giudiziario con Henry Fonda. Vi piacerà e vi farà capire molte cose.