Come i R.E.M. mi hanno insegnato a cosa serve la scuola - Scriplog

29 Dicembre 2018
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Scuola
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Qualche giorno fa ho pubblicato un tweet ispiratomi da mia figlia, o meglio da come mia figlia (di 8 anni) si stia avvicinando alle canzoni dei R.E.M., uno dei miei gruppi preferiti. Il tweet era questo:

La cosa, parlandone poi in giro, mi ha riportato alla memoria quello che facevo da ragazzo. Negli anni ’90, quando ho cominciato ad ascoltare i R.E.M., facevo infatti il liceo.

 

La musica prima di Google

A quel tempo non c’era ancora internet, o quantomeno non arrivava nelle nostre case, e così per comprendere le parole delle canzoni in inglese dovevamo affidarci al nostro orecchio e alla nostra scarsissima conoscenza della lingua, oppure ai testi pubblicati all’interno degli album originali.

Non c’era Google per cercare “lyrics The Sidewinder Sleeps Tonight”, giusto per rimanere in tema, né tantomeno Google Translate per tradurlo eventualmente in italiano. Dovevamo cavarcela da soli.

Il guaio era che Michael Stipe, il leader dei R.E.M., non voleva che le sue parole venissero scritte nei foglietti che venivano acclusi all’album. Sono quasi certo di aver anche letto un’intervista, all’epoca, in cui il cantante diceva qualcosa tipo: «Le parole delle canzoni non bisogna mai stamparle, perché devono rimanere nell’aria».

Automatic for the People dei R.E.M.Tutto molto bello, molto poetico. Ma io le parole di Michael Stipe a orecchio non le capivo. Rimanevano davvero nell’aria, ma nel senso che non riuscivo a coglierle. Un problema che penso fosse piuttosto comune, anche perché la pronuncia di Stipe non è, per così dire, oxfordiana.

E quelle parole, d’altra parte, non sapevo dove cercarle. Neppure i titoli delle canzoni mi erano molto d’aiuto, visto che erano particolarmente indecifrabili.

 Perché in una canzone che si chiamava, appunto, The Sidewinder Sleeps Tonite (che significa “Il crotalo dorme stanotte”), ad un certo punto mi sembrava di sentire “Nescafé”? E di cosa parlava davvero Man on the Moon, visto che tra le poche parole che capivo c’era un riferimento a Elvis Presley e al gioco di Twister? 

 

Cosa facevo al chiuso della cameretta (no porno)

Così, dopo quel tweet mi sono venuti in mente i tanti pomeriggi passati nella mia camera da letto, dopo aver finito i compiti.

Chiudevo la porta, mi mettevo ai piedi del letto, prendevo il walkman, ci infilavo dentro la cassetta di Automatic for the People o di Out of Time (all’epoca avevo i soldi al massimo per comprare audiocassette, non certo CD) e, lì di fianco, tenevo pronta la penna con sotto un foglio di carta.

Poi schiacciavo “play” e cercavo di decifrare la prima frase della canzone che mi piaceva. Mettevo pausa, tornavo indietro e la riascoltavo. Al quarto o quinto ascolto provavo a buttare giù qualcosa, mettendo una dietro l’altra le parole che mi sembrava di aver colto. Poi riascoltavo di nuovo per vedere se tutto filava, correggevo, proseguivo.

Audiocassette
Andavo avanti così per ore, riempiendo fogli su fogli, tutti pieni zeppi di cancellature, correzioni, aggiustamenti. Inventavo anche parole: se mi pareva di sentire qualcosa tipo “smath”, chi ero io per dire che quel vocabolo non esisteva? Anche perché per controllare avevo a disposizione solo il vecchio vocabolario di mio padre, degli anni ’70. Magari era un neologismo.

 Così alla fine del pomeriggio trovavo scritte, sui miei fogli, schifezze incomprensibili tipo «Smath, cried, push you out, time another one to your eyes, baby», quando in realtà Drive comincia con «Smack, crack, bushwhacked, tie another one to the racks, baby». 

 
Ovviamente, quando rileggevo il tutto, non mi convincevano né la grammatica né il senso, ma per la prima mi dicevo che forse erano gli americani ad essere sgrammaticati, e per la seconda provavo a capire se magari non era tutto una grande metafora, se non c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Passavo interi pomeriggi così, a cercare di capire, ipotizzare, sbagliare clamorosamente, correggere, riprovare. Consumavo i nastri delle audiocassette a furia di andare avanti e indietro decine di volte per capire una certa frase. Raramente cavavo un ragno dal buco, ma qualche parola ogni tanto mi pareva d’azzeccarla, e con le altre non demordevo.

 

E la scuola, cosa c’entra?

Ecco, ripensando ad allora mi è venuto da pensare che forse l’unica cosa importante che la scuola dovrebbe riuscire a trasmettere ai ragazzi di oggi è quella stessa voglia che avevo io allora. La voglia di conoscere, di provare, di decifrare il mondo o anche solo una singola canzone.

La voglia, soprattutto, di farlo con le proprie forze, sbattendo la testa, sbagliando mille volte ma cercando testardamente di correggere i propri errori e fare così dei progressi.

 Perché la realtà in cui viviamo è proprio come una canzone dei R.E.M. Suona indipendentemente da noi, a volte bene e a volte male, e ci scorre addosso, provocando in noi diverse reazioni. Raramente capiamo però quale sia il suo significato. Ne cogliamo dei pezzetti, senza neppure essere davvero convinti di aver capito bene. E quando cerchiamo di far combaciare quei pezzetti tra loro, spesso i conti non tornano. 

 
 Noi la guardiamo e riguardiamo, questa realtà; portiamo indietro il nostro walkman mentale per rivivere i vari momenti, convinti che magari, ripensandoci, capiremo qualcosa di più. E invece spesso prendiamo degli abbagli, dei granchi. Però se siamo intelligenti ci riproviamo, non ci accontentiamo di canticchiare una canzone inventandoci le parole, come fanno molti; vogliamo scoprire quelle vere. 

 
Quando si dice che la scuola dovrebbe insegnare ai ragazzi a decifrare il presente, secondo me si intende proprio questo. Dobbiamo dare ai ragazzi qualche strumento per capire un po’ di più le parole di una realtà che si esprime come Michael Stipe, ma soprattutto dobbiamo dar loro la cocciutaggine di provare e riprovare. Dobbiamo essere il loro vecchio e scassato walkman. Ci riusciremo?