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	<title>Scriplog</title>
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	<description>Il blog di Ermanno &#34;scrip&#34; Ferretti</description>
	<lastBuildDate>Mon, 13 May 2013 08:39:41 +0000</lastBuildDate>
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		<title>A cosa serve la scuola? Una riflessione sul futuro di insegnanti e studenti</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 12:03:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ggi sono stato ospite dell'Assemblea di Istituto del Liceo Classico "Celio" di Rovigo per parlare del rapporto tra insegnanti e studenti, alla luce anche di quanto ho scritto nel mio libro "Per chi suona la campanella" e di altri articoli comparsi su varie riviste e giornali. L'incontro era strutturato così: prima sono stati mostrati agli alunni delle video-testimonianze sia di alunni stranieri che sono venuti a frequentare il quarto anno di studi in Italia, sia di una studentessa italiana che lo sta frequentando in Norvegia, video che mettevano in luce soprattutto le differenze tra il nostro sistema scolastico e quelli stranieri; poi ho parlato io.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Oggi sono stato ospite dell&#8217;Assemblea di Istituto del Liceo Classico &#8220;Celio&#8221; di Rovigo per parlare del rapporto tra insegnanti e studenti, alla luce anche di quanto ho scritto nel mio libro &#8220;<a href="http://www.ermannoferretti.it/per-chi-suona-la-campanella-tutte-le-info/">Per chi suona la campanella</a>&#8221; e di altri articoli comparsi su varie riviste e giornali. L&#8217;incontro era strutturato così: prima sono state mostrate agli alunni delle video-testimonianze sia di studenti stranieri che sono venuti a frequentare il quarto anno di superiori in Italia, sia di una ragazza italiana che lo sta frequentando in Norvegia, video che mettevano in luce soprattutto le differenze tra il nostro sistema scolastico e quelli stranieri; poi ho parlato io.<br />
Ovviamente sono andato a braccio, cercando di coinvolgere i ragazzi nelle riflessioni, ma più o meno il canovaccio che ho seguito è quello che ritrovate qui di seguito. Lo posto qui, nonostante sia un testo molto lungo, perché è il frutto di anni di riflessione sulla scuola e le sue prospettive, oltre che i suoi limiti, e perché spero possa essere da stimolo anche per altri.</em></p>
<p><div class="dropcap" style=""> B </div>
uongiorno a tutti.<br />
Quando Luca e Sara mi hanno chiesto di partecipare a quest&#8217;assemblea e mi hanno spiegato di cosa avrebbero voluto che parlassi, mi sono trovato un po&#8217; in imbarazzo: da un lato, il rapporto alunni-insegnanti è un argomento che mi interessa molto, e loro mi hanno coinvolto proprio perché probabilmente hanno letto alcune delle mie opinioni al riguardo sul mio libro di cui vi hanno già parlato; dall&#8217;altro, quando mi sono messo a tavolino a pensare a cosa potevo raccontarvi, mi sono trovato con talmente tante cose da dire che potrei andare avanti per varie ore. Quello che vi dirò oggi, quindi, sarà solo una sintesi parziale, una sottolineatura su una serie di aspetti che mi paiono più urgenti ma che non esauriscono per nulla il problema. E non riguarderà tanto i social network e i giovani, l&#8217;argomento di cui forse Luca e Sara credevano avrei parlato, ma cosa secondo me dovrebbero fare gli insegnanti e cosa gli studenti oggi.</p>
<p><strong>Marc Bloch</strong><br />
Ma andiamo con ordine. Anzi, prendiamola un po&#8217; larga. Vorrei iniziare parlandovi di uno storico, un certo Marc Bloch. Probabilmente, la stragrande maggioranza di voi non l&#8217;ha mai sentito nominare. Marc Bloch è uno storico francese vissuto nella prima metà del Novecento, ed è probabilmente il più grande storico della nostra era. Purtroppo a scuola di lui non si parla praticamente mai, e invece i suoi libri e la sua vicenda personale hanno molto da insegnarci, sia sulla storiografia che &#8211; ed è quello che tenterò di fare qui oggi &#8211; indirettamente sulla scuola.<br />
Due brevi note biografiche che vale la pena sottolineare: Marc Bloch nasce a Lione nel 1886. Suo padre è a sua volta uno storico, materia con la quale inevitabilmente cresce anche il giovane Marc. Studia a Parigi e poi si specializza all&#8217;estero, in particolare a Berlino; partecipa come ufficiale alla prima guerra mondiale, e viene pure decorato, e nel dopoguerra diventa professore universitario prima a Strasburgo (dove lascia un ricordo talmente buono che oggi una parte dell&#8217;università è a lui dedicata), poi alla Sorbona di Parigi, la più prestigiosa università di Francia.<br />
Nel frattempo, nel 1929 ha fondato assieme al collega e amico Lucien Febvre una rivista intitolata &#8220;Annali di storia economica e sociale&#8221;, in francese Annales. Questa collana ha un successo straordinario tra gli storici di Francia e d&#8217;Europa perché propone un modo nuovo di fare storia. Fino ad allora, la storia che si studiava nei licei e nelle università era essenzialmente una storia &#8220;dei personaggi illustri&#8221;; i libri erano perlopiù libri di storia diplomatica: si imparavano a memoria i nomi dei re, le guerre, le alleanze, le leggi. Non che oggi, al liceo, le cose siano poi così tanto diverse: i vostri manuali scolastici sono ancora adesso, 80 anni dopo, infarciti di queste informazioni. La storia si studiava, e in buona parte si studia ancora oggi, memorizzando date, nomi, battaglie. Bloch e Febvre propongono invece una storia nuova: si rendono conto che per conoscere il primo Ottocento non bisogna in realtà sapere a menadito la biografia di Napoleone, ma bisogna scoprire come vivevano gli uomini e le donne dell&#8217;Ottocento; per conoscere il Medioevo francese non è realmente importante conoscere gli editti dei re o l&#8217;andamento della guerra dei Cent&#8217;anni (o almeno non solo quello), ma sapere come si viveva nelle campagne. Nasce insomma la storia sociale, la storia della &#8220;maggioranza dimenticata&#8221;; si studiano l&#8217;economia, la società, gli usi, le tradizioni, la mentalità. Compaiono libri che raccontano l&#8217;economia del Mediterraneo, le credenze popolari medievali, addirittura la storia della morte.<br />
Ma questo, oggi, non ci interessa. Sì perché al di là dei libri di ricerca sul Medioevo, Marc Bloch negli anni &#8217;40 scrive altri due volumetti non meno importanti. Il primo si intitola &#8220;Apologia della storia&#8221;, il secondo &#8220;La strana disfatta&#8221;. Sono libri a loro modo commoventi, perché nel frattempo la vita di Marc Bloch è cambiata. Non insegna più alla Sorbona. Nel 1940 i tedeschi hanno invaso la Francia, e lui è ebreo: torna a Lione, la sua città natale, che non viene occupata direttamente dai tedeschi ma è sotto il controllo del governo di Vichy, lo Stato collaborazionista che s&#8217;instaura nel sud della Francia. Il maresciallo Pétain, capo del governo, vara misure antiebraiche anche qui, ma non può toccare direttamente Bloch, troppo noto a livello internazionale. Ciononostante, lo storico di Lione non se ne sta con le mani in mano: nel 1942 inizia a collaborare con la Resistenza francese col nome in codice di &#8220;Narbonne&#8221;. Nel 1944 la polizia di Vichy però lo arresta e lo consegna alla Gestapo, a cui è ormai in pratica sottoposta: viene imprigionato per qualche mese e sottoposto a numerose torture; quando è chiaro che la Francia sta per ritornare in mano agli Alleati, nel giugno 1944 viene fucilato. Pare che le sue ultime parole siano state &#8220;Vive la France!&#8221;.<br />
Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché &#8220;Apologia della storia o Il mestiere di storico&#8221; è un libro che Bloch scrive durante i mesi di attesa, di attività partigiana, di clandestinità, e che viene pubblicato dal suo amico Febvre a guerra conclusa; è l&#8217;eredità di Bloch, perché lì lo storico condensa le sue idee sulla storia e i suoi insegnamenti. Ma come dicevo è anche un libro molto commovente. Non parla degli eventi dell&#8217;attualità, non fa la vittima, non lamenta il destino avverso che gli è toccato in sorte e che presto lo condurrà alla morte; da storico del lungo periodo, sa che le sue vicende personali contano poco nel panorama complessivo, e preferisce quindi concentrarsi sulle idee da lasciare ai posteri. Ma quello che sta vivendo riesce a emergere comunque tra le righe, ad esempio dalla quasi totale mancanza di note a pié di pagina o in alcuni errori di citazione, dovuti al fatto che in quei mesi non aveva molte biblioteche per recarsi a controllare le sue fonti.<br />
In &#8220;Apologia della storia&#8221; Bloch propone vari concetti fondamentali per la storia: tra tutti, quello che interessa a noi oggi è che lo storico deve in pratica trasformarsi in un detective.<br />
La metafora del detective non è di Bloch, è mia, ma credo renda bene l&#8217;idea di cui lui si faceva portatore. Avrete sicuramente visto centinaia di film o telefilm polizieschi, e saprete di conseguenza che un detective che si rispetti &#8211; uno, per dire, come Hercule Poirot o il tenente Colombo &#8211; sospetta di tutti i soggetti coinvolti in un crimine. Non si lascia incantare dalle moine di una bella ragazza, non si lascia frenare dal prestigio sociale di un sospettato; no, lui diffida e sospetta di tutti, e controllerà di certo mille volte le dichiarazioni degli interrogati, sicuro che qualcuno di loro cadrà in contraddizione o verrà smentito dai fatti. Costruirà delle congetture, cioè delle teorie nuove da sottoporre al vaglio delle prove. Farà esperimenti, tenterà di indurre in errore i sospettati, costruirà trappole. Ecco, per Bloch lo storico dovrebbe fare queste stesse cose con le fonti, cioè coi documenti che si trova a maneggiare nel suo mestiere: non può fidarsi di quello che queste fonti gli riferiscono, ma deve subito metterle in dubbio, sottoporle a critica, confrontarle con le prove. Ricordate la frase tipica del dottor House, giusto per rimanere ai riferimenti televisivi? &#8220;Tutti mentono&#8221;. Ecco, uno storico non può che essere d&#8217;accordo con il medico interpretato da Hugh Laurie: per sbaglio o per interesse, per farsi bello coi posteri o semplicemente per il gusto di spararla grossa, qualsiasi autore di documenti è un possibile bugiardo, e compito dello storico è quello di criticarlo e, se serve, smascherarlo, senza fidarsi delle facili soluzioni.<br />
Il secondo libretto che vi ho citato di Marc Bloch s&#8217;intitola &#8220;La strana disfatta&#8221;, e più che un libro di storia all&#8217;epoca era un libro di attualità: descriveva dal punto di vista dello stesso Bloch la fulminea invasione della Francia da parte dei tedeschi e i motivi di una sconfitta così clamorosa e rapida. Motivi che si possono riassumere nella tesi di fondo dell&#8217;intero libro: i francesi, fortificando la linea Maginot, si erano preparati a combattere ancora una volta la guerra del &#8217;14-18, mentre i tedeschi nel frattempo avevano cominciato a combattere la guerra del &#8217;40.</p>
<p>Perché vi ho parlato di questi due libri e di Marc Bloch? Cosa c&#8217;entrano con la scuola, con gli alunni e gli insegnanti? Vedete, io credo che principalmente il compito di noi insegnanti sia di fare di voi qualcosa di simile a quello che doveva essere lo storico pensato da Marc Bloch, e credo che a volte noi insegnanti falliamo perché ci comportiamo come la Francia coi tedeschi nel &#8217;40.</p>
<p><strong>A cosa serve la scuola?</strong><br />
Mi spiego meglio complicando un po&#8217; le cose: lasciate lì Bloch, lo riprenderemo poi, e seguitemi in un nuovo ragionamento.<br />
Vi siete mai chiesti a cosa serva la scuola? Scommetto di sì, scommetto che ve lo siete chiesti molte volte, e credo anche che molti di voi si siano dati la risposta: &#8220;A niente&#8221;. È vero? Ho indovinato? Be&#8217;, è un bene che vi siate posti questa domanda. Io ho l&#8217;impressione, tante volte, che i ministri, i funzionari del ministero e pure molti professori, forse addirittura la maggioranza, questa domanda non se la pongano, o quantomeno non cerchino una risposta, accontentandosi di frasi fatte.<br />
Io la domanda me la sono posta parecchie volte, e anche parecchie volte mi è stata posta. Come vi hanno detto, insegno filosofia, e invariabilmente dopo qualche settimana di insegnamento i miei alunni cominciano a chiedere: «Prof, ma questi filosofi non avevano niente di meglio da fare?», «A cosa serve studiare le opinioni di persone fuori di testa come queste?», «A cosa serve la filosofia?». Premesso che è indubitabilmente vero che alcuni filosofi, effettivamente, avevano ben poco da fare nella vita e forse un passatempo un po&#8217; più attivo e dinamico avrebbe pure fatto loro bene, la domanda ha un suo senso. Perché perdiamo anni della nostra vita a studiare Platone, Aristotele, Kant, ma anche Leopardi, Svevo, Cicerone, Seneca, l&#8217;equazione della parabola, le disequazioni di secondo grado, la tavola periodica degli elementi, l&#8217;atomo di Bohr e chi più ne ha più ne metta? Se farete gli avvocati, probabilmente non sentirete più parlare in vita vostra di Bohr; se diventerete medici Leopardi non vi sarà servito a nulla (al massimo a capire quanto faccia male alla schiena una vita china sui libri); se sarete giornalisti potrete pure dimenticare le regole della grammatica italiana. A cosa serve tutto questo? È tutto una immane perdita di tempo?<br />
Quando i miei studenti mi chiedono &#8220;a cosa serve la filosofia?&#8221;, io a volte provocatoriamente rispondo &#8220;Sì, avete ragione, non serve a niente&#8221;. La filosofia non serve a niente. Ma non serve a niente neppure la matematica, non serve a niente la fisica, non servono a niente la letteratura, la storia, Shakespeare, Catullo o Nietzsche. Non servono a nulla, non vi aiutano a operare meglio o a scrivere una dichiarazione dei redditi priva di errori. Ma proprio qui sta la loro forza. Non servono a nulla perché il compito della scuola non è insegnarvi un mestiere; in questo la scuola è inutile. La scuola serve ad altro. Cerchiamo di arrivarci.</p>
<p><strong>Togliamo il disturbo</strong><br />
Una risposta a cosa serva la scuola ha provato a darla, un paio di anni fa, un&#8217;insegnante famosa in un libro che ha venduto più di centomila copie. L&#8217;insegnante è Paola Mastrocola, già scrittrice affermata, e il libro è &#8220;Togliamo il disturbo&#8221;. Nella scuola in cui insegnavo due anni fa, quando questo saggio uscì, lo lessero praticamente tutti, e quasi tutti &#8211; insegnanti ultracinquantenni che, come la Mastrocola, insegnavano da 20 o trent&#8217;anni in un liceo &#8211; ne erano entusiasti. «Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno», esultavano in sala insegnanti. Allora, incuriosito, lo comprai anch&#8217;io, anche perché qualche anno prima avevo già letto, della Mastrocola, &#8220;La scuola raccontata al mio cane&#8221;, e mi era abbastanza piaciuto. Ebbene, &#8220;Togliamo il disturbo&#8221; è a mio modo di vedere il manuale di tutto quello che un buon insegnante non dovrebbe mai fare, la presentazione &#8211; involontaria &#8211; di tutti gli errori commessi dai prof italiani negli ultimi venti o trent&#8217;anni. È lo specchio di ciò che la scuola è diventata e di ciò che però la scuola non dovrebbe a rigor di logica essere. È l&#8217;emblema di come non si sia capito a cosa serve la scuola.<br />
C&#8217;è chi dice che certi libri non servano e siano anzi dannosi; io penso invece che i brutti libri siano perfino più utili di quelli belli, così come gli errori sono più utili delle verità: i libri brutti ti fanno arrabbiare, ti fanno urlare &#8220;Ma no, santo cielo, non è così&#8221;, ti spingono e ti stimolano a smentirli, a indagare, a cercare delle verità più profonde. I libri che ti dicono già le cose giuste ti rendono solo passivo. E allora vorrei usare questo libro per indagare con voi, passo passo, quelli che secondo me sono appunto gli errori della scuola italiana. Poi voi a vostra volta, ovviamente, dovrete prendere questo mio discorso non come una verità conclamata, ma nello stesso modo in cui io prendo il libro della Mastrocola: come uno stimolo per porvi delle domande.</p>
<p><strong>Errore #1: la ruggine</strong><br />
E allora andiamo a spiegarli, brevemente, uno per uno, questi errori. La Mastrocola dice, in primo luogo, che i ragazzi italiani di oggi, i liceali, non sanno più l&#8217;italiano. Lei insegna nel biennio di un liceo scientifico piemontese e afferma testualmente che addirittura 19 ragazzi su 20 nelle sue classi non sono in grado di scrivere in un italiano corretto; e non si tratta solo di grammatica, di qualche apostrofo sbagliato: è che proprio questi 19 ragazzi, il 95% degli alunni liceali, non sanno ragionare, non sanno impostare un discorso. Afferma anche, la Mastrocola, che è pure inutile sforzarsi di correggerli, questi ragazzi, perché hanno altro per la testa, non vogliono imparare, e quindi lei nei compiti in classe non indica più, di fianco all&#8217;errore, come il ragazzo avrebbe dovuto esprimersi, ma semplicemente ci scrive &#8220;ruggine&#8221;, come a dire che lo studente ha il cervello troppo arrugginito perché la professoressa Mastrocola perda il suo tempo con lui. E guardate che non sto mentendo, non sto esagerando: scrive proprio questo, la signora Mastrocola, in un libro che ha venduto più di centomila copie. È stata ospitata anche da Fabio Fazio, è andata a dirlo anche in tv. E nessuno ha detto niente; anzi, l&#8217;hanno pure applaudita. Vista che la situazione è questa, conclude la scrittrice, lei è stufa di dover star dietro a quei 19 che non studiano, non s&#8217;impegnano, stanno tutto il giorno al cellulare e per i quali, a 14 anni, non c&#8217;è ormai più nulla da fare; è stufa di star dietro a questi disgraziati e trascurare quell&#8217;unico veramente meritorio di assistere alle sue lezioni sul Tasso, quell&#8217;unico studente che sa scrivere in italiano.<br />
Ora, al di là di una proporzione evidentemente falsa sulla quale per ora possiamo anche sorvolare, io qualche domanda alla Mastrocola gliela farei. Immaginiamo che tu sia un medico e ti si presentino 20 pazienti, di cui 19 effettivamente malati e 1 in realtà sano: se tu abbandonassi i 19 malati per seguire l&#8217;unico sano ti radierebbero dall&#8217;ordine e ti licenzierebbero, perché vorrebbe dire che non stai facendo il tuo lavoro: tu sei pagato per guarire i malati, mica per crogiolarti nella salute del sano. Per cosa è pagato un insegnante? Per aiutare chi non ce la fa a farcela da solo o per star dietro a chi ce la farebbe comunque anche senza insegnante? Io me lo son chiesto fin da subito, per quale motivo lo Stato mi dovesse pagare (anche se in realtà mi paga molto poco): mi paga, a mio avviso, perché io renda un servizio allo Stato stesso, perché io formi il maggior numero possibile di cittadini capaci di fare il bene della società, di contribuire con le loro azioni e il loro pensiero al bene collettivo. Se ne formassi solo uno per classe, cioè il 5% del totale, quelli che magari sarebbero dei buoni cittadini anche se io non ci fossi, non credo che sarei un grande insegnante, sinceramente; sarei un insegnante inutile.<br />
Guardate, io non sono uno che ama richiamarsi ai presunti valori cristiani o alle parole del Vangelo, ma qui una citazione non si può non farla. Ricordate la parabola del figliol prodigo? Quella in cui un ricco signore ha due figli, uno bravo e ubbidiente e l&#8217;altro stupido e imbecille? Ebbene, quando l&#8217;imbecille torna a casa, ravveduto, viene accolto con grandi feste dal padre, suscitando le ire del fratello, che &#8211; da buon primo della classe &#8211; è invidioso marcio dell&#8217;altro che se ne è andato in giro per il mondo a fare la bella vita. Addirittura il padre fa ammazzare il vitello grasso, festeggia come se avesse vinto la lotteria. E al fratello perfettino, l&#8217;alunno ideale della Mastrocola, il padre dice, più o meno: «Dobbiamo far festa, perché tuo fratello era perso e ora è stato ritrovato. E smettila di fare il cretino». E in un&#8217;altra parabola si dice che il pastore deve abbandonare il gregge nel deserto per andare in cerca della pecorella smarrita. Certo, noi insegnanti non siamo Gesù Cristo, mi pare ovvio, ma siamo comunque &#8211; a nostro modo &#8211; degli evangelizzatori, cioè persone che letteralmente portano una nuova novella. E io la scuola la vorrei così, una scuola che si sforza di ritrovare le persone, non che gioisce di essersele perse per strada. L&#8217;ho scritto anche nel mio libro: una scuola che si vanta di quanti ne ha bocciati è come un chirurgo che si vanta di quanti ne ha lasciati morire; ovviamente il chirurgo non può salvare tutti, e spesso ne salverà pochissimi, ma di sicuro ogni morte sarà per lui un fallimento.</p>
<p><strong>Errore #2: la medicina giusta</strong><br />
Secondo: la Mastrocola scrive, testuale: “Io insegno a chi mi segue, a chi condivide con me, perché lo sente, il fascino e la suggestione delle mie proposte di studio. Il numero delle persone che mi seguirà dipenderà dal grado di interesse che susciterà in loro quel che dico. Io non proverò a dirlo in altro modo per fare più adepti, per la semplice ragione che il modo in cui lo dirò sarà quello per me migliore possibile. Io non so perché quei pochi mi seguono e quei tanti se ne fregano e comunque indagare sulla magia che attrae alcuni e fa fuggire altri non è mio compito: continuerò ad amare quei pochi e cercherò di preservare le loro qualità coltivandole. Agli altri non posso dare nulla se non quel che amo e nel modo in cui lo amo. La voglia? Gliela facciano venire i genitori a suon di restrizioni, di divieti, e, se il caso, punizioni”.<br />
Rimaniamo sul paragone che abbiamo tirato in ballo prima: è come se un medico dicesse: io amo la tachipirina, è secondo me la miglior medicina che sia mai stata inventata. E io quella do ai miei pazienti: a quelli che hanno mal di testa e a quelli che hanno male ai piedi, a quelli che hanno il cancro e a quelli con la forfora. Sempre e solo tachipirina, perché è il top. Immaginatevi Dan Peterson che fa: «Mmmmmh. Tachipirina, per me numero uno!». Se a qualcuno la tachipirina non farà effetto, non sarà certo colpa mia: io avrò comunque offerto ai miei pazienti ciò in cui credo, il meglio del meglio. La colpa non sarà mia, ma loro, che non si sono fatti venire la voglia di guarire.<br />
Mi dispiace, ma secondo me un insegnante, come un medico, deve fare l&#8217;esatto opposto di quello che propone la Mastrocola: deve cercare il modo giusto per raggiungere ognuno dei suoi studenti, deve sforzarsi di cambiare almeno in parte per andare incontro alle &#8220;malattie&#8221; e ai bisogni del suo pubblico, anche se è faticoso, anche se sicuramente sarebbe molto più facile usare il proprio modo, il proprio stile, e mandare a quel paese chi non si adegua a noi.</p>
<p><strong>Errore #3: Leopardi</strong><br />
Terzo: vorrei ora prevenire una critica. La Mastrocola, e molti altri insegnanti, sono sicuro mi contesterebbero il paragone tra insegnante e medico, essenzialmente per un motivo: gli studenti asini scelgono di non studiare, mentre i malati mica scelgono di ammalarsi. Purtroppo temo che questa argomentazione non sia del tutto vera, per due motivi. Primo: molti ammalati si ammalano a causa del loro stile di vita: fumano, non fanno sport, bevono, mangiano in maniera disordinata e scorretta. La maggior parte delle malattie, soprattutto quelle croniche e leggere, sono causate in buona misura dal malato. Secondo: non è sempre vero che gli asini sono asini perché scelgono di esserlo e i secchioni sono secchioni perché invece si impegnano e faticano sui libri. L&#8217;ignoranza non è sempre colpa dell&#8217;ignorante, anzi direi che lo è raramente, così come la sapienza non è sempre merito del sapiente. Più avanti vedremo come spesso sono le condizioni socioeconomiche della nostra famiglia a farci appartenere ad un gruppo piuttosto che ad un altro, ma c&#8217;è un altro fattore di cui non si parla mai e che vorrei invece qui sottolineare: molto spesso, i secchioni sono secchioni perché non hanno niente di meglio da fare. Avete presente Leopardi? Il più grande poeta e contemporaneamente il più grande secchione della storia d&#8217;Italia? Perché si era dedicato alla poesia e allo studio? Perché studiare era bellissimo e appassionante, superiore ad ogni altra attività umana? No, cari miei, e lo stesso Leopardi lo sapeva benissimo: ci si era dedicato perché non aveva uno straccio di amico, perché non aveva la ragazza, perché &#8211; possiamo dirlo? &#8211; era uno sfigato. Ogni studente, quando legge la vita di Leopardi, lo pensa: «Mamma mia che sfigato». Anche chi lo ama lo pensa provando pena per lui, ma comunque lo pensa. Leopardi era così solo da arrivare addirittura a studiare l&#8217;ebraico da autodidatta. Ve lo immaginate? Quanto disperato e triste doveva essere, il povero Leopardi, per arrivare a studiare l&#8217;ebraico? Ma se Silvia l&#8217;avesse degnato di uno sguardo, col cavolo che sarebbe rimasto sui libri: sarebbe uscito di casa e sarebbe corso a vivere. Senza pensarci su un solo istante. Davvero credete che tra la &#8220;Gerusalemme liberata&#8221; e una bella ragazza o un bel ragazzo ci sarebbe un adolescente disposto a preferire il Tasso (un adolescente sano di mente, intendo)? Tutti noi professori siamo diventati professori perché da ragazzi eravamo &#8211; chi più, chi meno &#8211; degli sfigati, non nascondiamocelo. Se fossimo stati i fighi del gruppo saremmo diventati motociclisti, calciatori, politici, imprenditori, avvocati, chirurghi, geni dell&#8217;informatica, divi di Hollywood. Ma eravamo sfigati, avevamo pochi amici &#8211; spesso sfigati e &#8220;intellettuali&#8221; come noi -, e stavamo a casa a studiare perché è sempre meglio di un pugno in un occhio. Perché nei romanzi, nella musica, nei film, nelle poesie avevamo la possibilità di evadere, di sognare una vita diversa. La cultura è sempre stata e sempre sarà la consolazione di chi non è soddisfatto della propria vita, soprattutto quando si è dei ragazzini. Poi, per carità, si cresce, magari si smette di essere degli emarginati brufolosi, s&#8217;incontra una persona, si acquisisce sicurezza e si comincia a vivere anche la propria vita; ma la passione, quella vera, per i libri e lo studio la si acquisisce standosene chiusi in casa controvoglia mentre gli altri sono fuori a vivere. Quindi non è vero che si diventa secchioni perché lo si sceglie; è la vita che sceglie per noi, anzi, meglio, è il gruppo dei più fighi che, escludendoci, sceglie per noi. Io me lo immagino quell&#8217;uno su venti che ascolta incantato le lezioni della Mastrocola su Torquato Tasso: occhialuto, brufoloso, ignorato da tutti gli altri diciannove. Avete presente Peter Parker? Ecco, è Peter Parker senza i poteri di Spider-Man.</p>
<p><strong>Errore #4: la scuola rallenta i migliori?</strong><br />
Quarto: si dice spesso che non è giusto &#8220;rallentare i migliori&#8221; per aspettare gli sfaticati, che troppo spesso la scuola ha tolto possibilità all&#8217;eccellenza, le ha impedito di arrivare a vette più alte. Io credo che dicendo questo si sopravvaluti, e di molto, il ruolo della scuola. Ve lo ho accennato prima, ora vorrei approfondire il tema: davvero voi pensate che quell&#8217;unico secchione della Mastrocola sia diventato così grazie alla scuola? Davvero pensate che i vostri voti, quando sono belli, dipendano solo dai vostri insegnanti, che vi hanno fatti crescere, stimolati, resi più intelligenti? Be&#8217;, scusate ma vi sbagliate. Dipendono anche da quello, certo, magari soprattutto da quanto avete appreso nei primi anni del vostro ciclo scolastico, ma non dipende solo da quello. Quante ore passate a scuola? Circa 5, massimo 6 al giorno. Quanti giorni all&#8217;anno? Circa 200. Stando larghi, 200*6 fa 1.200 ore all&#8217;anno al massimo di scuola (ma probabilmente ne fate molte meno). In un anno però state svegli circa 5.800 ore. Quasi 5 volte tanto. Passate a scuola al massimo il 20% del vostro tempo da svegli (ammesso che a scuola riusciate a stare svegli). Il resto lo passate altrove: in casa, fuori con gli amici, in pizzeria, in palestra, davanti alla tv.<br />
Un paio d&#8217;anni fa è uscito uno studio molto interessante dell&#8217;americana RAND Foundation, che analizzava i risultati di varie ricerche statistiche condotte lungo circa 30 anni. La ricerca si proponeva di confrontare i risultati scolastici dei ragazzi all&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico, alla fine dell&#8217;anno scolastico e dopo le vacanze estive, e di trovare le linee di tendenza. I risultati sono sorprendenti. Per spiegarli in maniera più chiara, usiamo due casi emblematici: un ragazzo borghese, figlio di professionisti laureati con un reddito annuo cospicuo, e un ragazzo figlio di operai che non sono riusciti a prendere il diploma e che portano a casa appena il necessario per vivere. Mentre vanno a scuola, i due ragazzi imparano più o meno le stesse cose, perché mettiamo che siano entrambi diligenti, e a fine anno raggiungono all&#8217;incirca i medesimi risultati scolastici. Poi arrivano le vacanze e, tre mesi dopo, a settembre, i due ritornano a scuola. E sapete che succede? La RAND Foundation ha dimostrato, con dati statistici molto accurati, che il figlio di genitori laureati, quando torna a scuola, è più intelligente di quando l&#8217;ha lasciata, mentre il figlio di operai è meno intelligente di prima. Mettiamo che a giugno entrambi i ragazzi fossero arrivati a un ipotetico livello 8 in matematica e letteratura; a settembre il figlio di laureati sarà al livello 9, mentre il figlio di operai al 7 (i dati che vi ho riportato sono inventati, ma proporzionati ai dati reali della ricerca americana). I ricercatori si sono chiesti: come mai un risultato così strano? E l&#8217;unica risposta che sono riusciti a darsi è: il figlio di operai passa le vacanze a casa, a guardare programmi stupidi in tv, a cincischiare in strada con gli amici o a correre dietro alle ragazze, mentre il figlio di laureati viaggia, conosce il mondo, visita musei, impara lingue straniere. La verità è questa: quattro quinti di quello che imparate lo imparate fuori da scuola. Se siete intelligenti non lo dovete alla scuola, o almeno le dovete solo il 20% della vostra intelligenza: lo dovete ai vostri genitori, ai vostri amici, ai vostri nonni, ai vostri fratelli. Vi faccio un esempio personale: io sono sempre andato bene a scuola, molto bene. Eppure non ho mai studiato in maniera esagerata. C&#8217;erano miei compagni che studiavano molto più di me, ma ottenevano risultati peggiori. Sapete perché? Perché io quando tornavo a casa trovavo centinaia di libri nella libreria di casa mia, e prima o poi finivo per sfogliarli; perché i miei avevano una videoteca con film di Hitchcock, Truffaut, Fellini, Peckinpah, e ogni tanto per forza di cose mi capitava di vederli; perché ogni mattina in casa mia arrivava un quotidiano; perché a pranzo e cena si guardava sempre un telegiornale; perché in tv si guardavano programmi perlopiù intelligenti; perché in casa si parlava di cose importanti, si discuteva, si spiegavano le questioni. Quando avevo più o meno la vostra età, una volta, portai a cena a casa mia una mia fidanzatina; ne uscì sconvolta. «La peggior cena della mia vita», mi disse. E io, stupefatto: «Cosa? Ma a me sembrava fosse andato tutto bene&#8230;». «Ma se avete parlato tutta la sera di cose di cui io non ho capito un&#8217;acca? Tua sorella e tua madre si son messe a parlare di meccanica quantistica! E tu capivi di cosa parlavano!». Manco fosse un&#8217;accusa infamante. «Vabbè, mia madre insegna fisica, è normale&#8230;», le dissi io. «Sì, ma poi avete finito con la fisica e vi siete messi a parlare di registi sconosciuti». «Be&#8217;, dai, Akira Kurosawa non è sconosciuto&#8230;». «E poi di filosofia! E di Proust!». «Sì, ma prendendolo in giro, però!». «Avevo paura che dopo il dolce vi metteste a interrogarmi». Vedete, quando ricambiai la visita e andai per la prima volta a cena da questa fidanzata scoprii che a casa sua guardavano i film senza sapere il nome del regista e degli attori, e spesso addirittura non gliene fregava niente neppure di sapere il titolo del film, cambiavano prima di vedere il finale e spesso non capivano granché della trama; e che i suoi genitori guardavano il telegiornale, ma solo per commentare la pettinatura della conduttrice o le notizie sui cani, quelle che danno alla fine, quelle sceme. E questa ragazza stava facendo un liceo come il mio, era figlia di laureati come me e poi si è laureata pure lei. Ha avuto professori come i miei. Ma faceva fatica a capire le trame dei film quando ad esempio c&#8217;erano dei flashback complicati, non capiva le allegorie, scriveva in un italiano faticoso e involuto, era più lenta a comprendere le conseguenze di ciò che studiava, aveva delle falle clamorose. E tutto questo non per colpa della scuola, né in fondo per colpa sua perché era una ragazza molto studiosa, con ottimi voti, forse addirittura migliori dei mei; la &#8220;colpa&#8221; era semplicemente dell&#8217;ambiente in cui era cresciuta, un ambiente normale, probabilmente l&#8217;ambiente tipico di molte famiglie italiane. C&#8217;è poco da fare: non è la scuola a rallentare le persone; è ciò che c&#8217;è fuori che rallenta le persone, che limita le possibilità intellettuali degli studenti volenterosi. Anche perché neppure la peggior scuola riuscirebbe a rallentare un ragazzo che a casa ha un ambiente stimolante e che vuole conoscere. Albert Einstein, lo saprete benissimo, ebbe un percorso scolastico molto accidentato, caratterizzato spesso da voti mediocri e vari abbandoni: aveva indubbiamente insegnanti pessimi, che non ne avevano capito la genialità, ma questo non gli ha impedito di diventare una delle menti migliori del Ventesimo secolo, grazie allo stimolo dei propri parenti (in particolare, pare, di uno zio), dei compagni di studi e di lavoro, della prima moglie. L&#8217;ho scritto anche nel mio libro e ne sono convintissimo: quando si fanno le superiori si impara di più dai propri compagni di studi che dagli insegnanti. Anche per questo le differenze che ci sono in prima superiore tra gli studenti di un liceo e di un istituto professionale sono destinate ad aumentare: perché i liceali fanno amicizia con altri liceali, cioè persone motivate e interessanti, mentre chi va al professionale fa amicizia con persone che, generalmente, stimolano poco o hanno altro per la testa.<br />
E quindi torniamo per un attimo all&#8217;inizio, alla domanda che ci siamo posti prima di cominciare a parlare di &#8220;Togliamo il disturbo&#8221;: a cosa serve la scuola? Se è vero tutto quello che abbiamo detto finora, secondo me la scuola serve a ridurre le differenze. Se è vero che i figli dei ricchi bene istruiti ricevono già per conto loro migliaia di stimoli ogni giorno, magari poco strutturati ma pur sempre efficaci, la scuola deve fornire stimoli a chi non li riceve a casa, a chi vive in un ambiente più povero di idee. La scuola non serve per il Peter Parker tanto amato dalla Mastrocola. La scuola serve per gli altri 19, per quelli che credono che la scuola non serva, per quelli che perdono ore al cellulare o a guardare programmi stupidi alla tv. La scuola serve a rendere intelligenti anche loro, anche se loro non lo vorrebbero. Per questo lo Stato paga noi insegnanti: perché in uno Stato democratico non serve a nulla che il 5% o meno delle persone sappiano pensare. Se solo il 5% delle persone sa ragionare, sa valutare, sa criticare, lo Stato democratico va in rovina. Una democrazia che funzioni ha bisogno che tanti sappiano ragionare. La filosofia, la matematica, la fisica, il latino non vi insegnano un mestiere; la scuola, dalle elementari alle superiori, non deve insegnarvi un mestiere, anche perché se ci provasse vi insegnerebbe sempre un mestiere sorpassato, perché tutto cambia troppo in fretta nel mondo del lavoro perché la scuola possa stare al suo passo. No, la fisica, il latino, la storia e la filosofia sono semplicemente degli esercizi per la mente che vi renderanno cittadini e persone migliori, capaci di distinguere il vero dal falso, di comprendere i meccanismi economici, di giudicare e valutare le cose che vi circondano. Avete presente quando andate ad allenarvi prima di una partita? L&#8217;allenatore prima di tutto vi fa fare un po&#8217; di corsa, per riscaldarvi; poi fate degli esercizi muscolari, delle flessioni, degli addominali, degli esercizi di allungamento; poi simulate dei pezzi di azione, come i cross nel calcio, i dai-e-vai nella pallacanestro o altre cose ancora; infine, fate una partitella di allenamento. Ecco, la scuola è l&#8217;allenamento della vita. Sono le flessioni, gli addominali della vita. In partita nessun arbitro vi imporrà di fare 100 addominali, quindi un atleta ingenuo potrebbe dire: «Gli addominali non servono a nulla, li facciamo sempre in allenamento ma non abbiamo mai dovuto farli in partita». È vero, durante una partita nessuno si mette a fare gli addominali, ma tutti gli allenatori del mondo sanno che gli addominali sono necessari per sviluppare quei muscoli che poi serviranno per saltare, piegarsi e correre, azioni che in una partita si ripetono all&#8217;infinito. Quindi no, la filosofia direttamente non serve a nulla. Ma indirettamente serve a tutto, serve a fare di voi persone intelligenti, indipendenti, mature. E serve soprattutto a chi queste cose non riesce ad esserle senza la scuola.</p>
<p><strong>Errore #5: l&#8217;effetto Pigmalione</strong><br />
Quinto: la Mastrocola dice che è stufa di dover insegnare a persone a cui non gliene frega nulla del Tasso (il suo chiodo fisso, pare ci sia solo lui nella storia della letteratura), dell&#8217;Ariosto, di Dante e così via. Una reazione umanissima: anche a me dispiace che certi miei studenti (diciamo la verità: quasi tutti) non apprezzino Kant, che da studente ho amato fino allo sfinimento e che cerco di spiegare con grande impegno, ma questo, scusatemi, non mi autorizza a dire &#8220;allora arrangiatevi&#8221;, manco fossi un bambino di due anni a cui hanno fatto un dispetto. Tutt&#8217;altro. Anche perché fregarsene degli alunni è deleterio. Lo dimostra un celebre esperimento che ora vorrei raccontarvi. Nel 1968 un ricercatore americano, Robert Rosenthal, si recò all&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico in una scuola elementare della California e chiese alle maestre di poter effettuare un test d&#8217;intelligenza sui bimbi del primo anno. Effettuò i test e raccolse i dati; poi convocò le maestre per comunicare loro i risultati. Ma organizzò quello che ai nostri occhi può sembrare uno scherzo malvagio: invece di riferire alle maestre i risultati effettivi dei test, riferì volutamente dei risultati falsi. Scelse, completamente a caso, alcuni bambini (circa il 20% del totale) e disse alle maestre che questi avevano un quoziente intellettivo superiore ai loro compagni, anche se di fatto non era così. Rosenthal aspettò qualche mese e, alla fine dell&#8217;anno, si ripresentò a scuola, chiedendo di poter effettuare nuovamente un test di intelligenza a quei bambini. Sapete cosa scoprì? Che quel 20% di studenti che lui aveva, per pura invenzione, presentato come i più intelligenti della classe erano effettivamente diventati i più intelligenti, e che quelli che invece erano veramente i più intelligenti in partenza erano scesi a livelli più normali. Cosa significa? Rosenthal lo spiegò tirando in ballo un effetto che da allora è noto come &#8220;Effetto Pigmalione&#8221;: la maestre, anche inconsapevolmente, trattavano gli alunni che ritenevano migliori con un occhio di riguardo; li incoraggiavano, li guardavano con occhi sognanti, sotto sotto anche senza volere li preferivano agli altri, davano segno di stimarli. E questo faceva sì che i ragazzi fossero più invogliati a studiare e a impegnarsi. È una cosa sconvolgente: se tu ritieni un ragazzo più intelligente di un altro, questo alla fine tende effettivamente a diventare più intelligente, anche se tu non c&#8217;avevi capito nulla.<br />
E la cosa, badate bene, vale anche per gli insegnanti: nel 1979 un altro paio di ricercatori americani provarono a fare un test analogo. Si piazzarono fuori dalle aule e iniziarono a parlare con degli studenti, stavolta più grandi, prima di una lezione con un nuovo professore. Ad alcuni parlarono benissimo del prof, elogiandone le qualità e l&#8217;intelligenza; ad altri, scelti a caso, ne parlarono invece molto male. Tutto questo all&#8217;insaputa del professore. Poi, dopo un ciclo di lezioni, sottoposero gli studenti ad un test sul contenuto delle lezioni e chiesero agli studenti stessi di valutare la performance del docente. I risultati confermarono i messaggi falsi diffusi dai ricercatori prima della lezione: quelli con i quali era stato esaltato il professore avevano ottenuto risultati di quasi 15 punti percentuali migliori degli altri (una media del 66% contro una media del 52%) e, ovviamente, avevano valutato molto meglio l&#8217;operato dell&#8217;insegnante. Perché era avvenuto questo? I ricercatori ipotizzarono un circolo virtuoso: quelli che avevano un pregiudizio positivo sul docente erano portati a seguire con maggior attenzione ed entusiasmo la sua lezione e quindi ad assorbirne meglio i concetti, e il professore, di rimando, vedendo che questi lo seguivano, finiva per rivolgersi principalmente a loro, generando l&#8217;effetto Pigmalione classico.<br />
Cosa ci insegna tutto questo sul rapporto insegnante-studente, che è un po&#8217; il tema di questo incontro? Che questo rapporto funziona e diventa produttivo quando c&#8217;è stima reciproca, quando cioè il docente crede che i propri studenti abbiano delle qualità e quando gli studenti stimano il prof. Altrimenti non si ottengono risultati soddisfacenti. Quando la Mastrocola &#8211; e con lei molti, moltissimi insegnanti &#8211; esprime la sua sfiducia sulle giovani generazioni, magari in parte c&#8217;azzecca, perché ogni generazione ha i suoi difetti e la vostra sicuramente è meno attenta e meno ligia al dovere di quelle di venti o quarant&#8217;anni fa, ma di fatto pensare che non ce la potrete mai fare vi porterà a non farcela. Etichettarvi come ignoranti vi rende, alla lunga, ignoranti, c&#8217;è poco da fare. E lo sapete benissimo pure voi: quando avete un insegnante che vi incoraggia, che ha fiducia in voi, rendete molto di più di quando avete qualcuno che vi guarda dall&#8217;alto in basso, che vi etichetta come dei nullafacenti, no?</p>
<p><strong>Errore #6: il cronocentrismo</strong><br />
Sesto: perché la Mastrocola ha un&#8217;opinione così pessima di voi e della vostra generazione? Siete davvero questa rovina dell&#8217;umanità in cui solo il 5% dei liceali (cioè probabilmente l&#8217;1 o il 2% del totale) si salva? Io onestamente non credo. Quelle stesse frasi che la Mastrocola rivolge a voi, io ai miei tempi le ho sentite rivolte alla mia generazione. La mia prof d&#8217;italiano si lamentava quasi ogni giorno di come non sapessimo le regole del latino, diceva che eravamo ignoranti, che non sapevamo scrivere. Io, che nei temi ero il migliore della classe, avevo 7, tutti gli altri dal 6 in giù. Non lo dico per vantarmi, ma solo con spirito di rivalsa: oggi io, 15 anni dopo, sono citato in un paio di manuali di letteratura del liceo, lei non è citata manco nel bollettino parrocchiale. Segno che forse quello che diceva non era molto vero.<br />
C&#8217;è una citazione di Logan Pearsall Smith, il cognato di Bertrand Russell, che amo molto e che recita: «Accusare i giovani è una parte necessaria nell&#8217;igiene dei vecchi, e aiuta enormemente la loro circolazione sanguigna». In America, per quelli che credono che la loro generazione rappresenti il culmine della storia e che quelle successive siano destinate a portare il mondo e la cultura verso la rovina, hanno pure inventato un nuovo termine: Cronocentristi. Anche nel codice di Hammurabi, risalente al 1700 a.C., si dice che i giovani porteranno molto presto il mondo alla rovina. Fortuna che da allora sono passati 3800 anni e noi siamo ancora qua, ancora piuttosto in salute.<br />
La mia impressione è che in parte noi professori critichiamo voi giovani perché sicuramente ve lo meritate, ma in parte anche perché non vi capiamo, perché siamo troppo vecchi per voi, perché viviamo in due mondi diversi. Perché non capiamo o non sappiamo interpretare il cambiamento che voi rappresentate. Il mondo si è evoluto, in questi ultimi decenni, a ritmi rapidissimi; 15 anni fa, quando ho finito io il liceo, non c&#8217;erano i cellulari (o comunque non li usavamo noi giovani, ma solo i top manager), non c&#8217;era internet (come sopra), non c&#8217;era l&#8217;iPad, stava appena arrivando il satellite e la musica la dovevi per forza comprare in negozio. Era un secolo fa, un millennio fa. C&#8217;erano le cabine telefoniche lungo le strade. Per parlare con qualcuno dovevi chiamarlo a casa, e se non c&#8217;era richiamarlo più tardi. I film dovevi noleggiarli in videoteca e guardarli in sala, dove avevi l&#8217;unico videoregistratore di casa, altroché scaricarli e guardarseli sul tablet in treno. Tutto è cambiato, tranne due cose: la scuola e Berlusconi (ma la seconda la lasciamo perdere). L&#8217;estate scorsa sono andato a fare esami al Paleocapa, il mio vecchio liceo, e ho notato che in 15 anni nulla, ma proprio nulla, è cambiato: stessi programmi, identici; stesso modo di esporre, stesso modo di studiare, stesso modo di interrogare; in molti casi anche stessi professori. Avevano 45 anni allora, oggi ne hanno 60. L&#8217;ultima indagine effettuata, nel 2006, diceva che l&#8217;età media degli insegnanti era 50 anni; il 50% era sopra i 50 e solo 6 su 1.000 tra quelli in ruolo erano sotto i 30 anni, la maggioranza alle elementari. Oggi sono passati 7 anni, e certamente la media è aumentata, visto che i pensionamenti sono stati pochi, le immissioni in ruolo ancora meno e intanto siamo tutti invecchiati. Abbiamo il corpo insegnante più vecchio d&#8217;Europa. In Francia, Stati Uniti, Giappone, Corea, Inghilterra e molti altri sistemi avanzati i prof in ruolo sotto i 30 anni sono tra il 10% e il 20% del totale. 20 o 30 volte di più che da noi, dove saremo sullo 0,5%. Ora, chiariamo: io non voglio dire che gli insegnanti di 50 anni siano scarsi e che i 30enni siano tutti bravi: esistono 30enni incapaci nella scuola e 50enni molto bravi. Alcuni di questi 50enni ai miei tempi li ho amati e li stimo tuttora, ma la verità è che insegnano quasi tutti secondo lo stesso stile, nello stesso modo che hanno acquisito quando hanno iniziato a insegnare, 35 anni fa. A parte qualche piccolo particolare, come i programmi di storia che non arrivano più solo alla prima guerra mondiale ma alla seconda, o un paio di capatine al mese in laboratorio di informatica, la scuola del 2013 è praticamente identica a quella del 1978. Studiamo le stesse cose che hanno studiato i nostri genitori, indifferenti ai cambiamenti del mondo.<br />
Vi ricordate cosa dicevamo all&#8217;inizio, parlando di Marc Bloch e de &#8220;La strana disfatta&#8221;? La Francia perse la Seconda guerra mondiale perché voleva combatterla come se fosse una guerra del 1914 mentre i tedeschi la vinsero perché combatterono la guerra del 1940. Ecco, noi siamo i francesi. Noi stiamo combattendo una guerra di trent&#8217;anni fa. E ovviamente stiamo perdendo. Ma non ce ne accorgiamo, non vogliamo accorgercene. Diciamo che non è colpa nostra, che è colpa degli studenti, che sono troppo cambiati, che non si sforzano di venirci incontro. Me li immagino i generali francesi mentre Parigi veniva occupata da Hitler: «Non è colpa nostra, sono questi stramaledetti tedeschi che non hanno voglia di combattere come diciamo noi».</p>
<p><strong>Errore #7: i pappagalli intelligenti</strong><br />
Settimo e ultimo punto: la Mastrocola si dice contenta quando riesce a trasmettere ai suoi alunni &#8220;eletti&#8221; ciò che lei ama; quando questi riescono ad esprimersi con un linguaggio simile al suo, quando amano e apprezzano quello che lei ama e apprezza. Quando cioè l&#8217;alunno diventa una sua copia. Ed è effettivamente così, ancora oggi: noi insegnanti premiamo chi ci somiglia, sempre. Chi ci ripete quello che gli abbiamo insegnato. Più fedelmente lo fa, meglio è. È una deformazione nostra e del nostro sistema scolastico. Lo si vede soprattutto agli esami di Stato, dove dovremmo valutare la maturità culturale di uno studente e invece finiamo per valutare principalmente quanto ha studiato, nonostante negli ultimi anni siano stati anche fatti dei passi avanti. La terza prova, che tanto incide sul voto degli scritti, è quasi esclusivamente contenutistica. L&#8217;orale, poi, non parliamone: la parte di approfondimento personale è sempre più anestetizzata, dai presidenti che ne limitano la durata temporale e a volte dagli studenti stessi, che portano argomenti banali e già sentiti miliardi di volte, pura ripetizione di quanto detto in classe; la parte di interrogazione, invece, serve semplicemente a dimostrare che avete imparato a memoria quello che vi è stato detto. Certo, ci assicuriamo anche che abbiate capito quello che ripetete, ma comunque vi chiediamo sempre e solo di ripetere. Noi, in questa scuola, formiamo semplicemente dei pappagalli. Dei pappagalli intelligenti, per carità, ma pur sempre dei pappagalli.<br />
All&#8217;estero non funziona sempre così. Nemmeno all&#8217;università, per fortuna, funziona così. Al mio primo mese alla Facoltà di lettere e filosofia, al corso di storia medievale, la mia prof a un certo punto venne in aula con tante fotocopie, e a ognuno ne diede un pacchetto. A me capitarono una bolla papale di Bonifacio VIII e un documento della segreteria di Filippo il bello, re di Francia. Mi disse: «Traducile in italiano, interpretale, valutale e scrivici su una tesina». «Io? Ma io non ho mai fatto niente del genere». «Be&#8217;, comincia». Erano documenti inediti, o almeno io non li trovavo già editi. Sapevo a grandi linee com&#8217;era andata la disputa tra Bonifacio e Filippo, ma poco altro. Tradussi, interpretai, osai. La tesina piacque. Ma non avevo mai fatto nulla del genere. Io ero abituato a studiare l&#8217;interpretazione corretta e a ripeterla, non a trovarla io. Non solo non mi sentivo in grado, ma non c&#8217;avevo mai provato. Al liceo ti insegnano le cose, non te le fanno trovare. Quando arrivi ad affrontare le poesie del nostro amico Leopardi non ti chiedono di interpretarle tu, ti dicono come vanno interpretate. E tu devi solo ripetere. La motivazione ufficiale è che uno studente non è in grado di interpretare una poesia come hanno fatto i più grandi studiosi della nostra storia, ed è verissimo. Ma non è questo il punto: l&#8217;obiettivo della scuola è insegnare agli studenti la verità su tutto &#8211; cosa ardua e impossibile, ammesso anche che esista una verità eterna &#8211; o a criticare e trovare la loro verità, per quanto incerta, fallace e banale possa essere?<br />
Insegnarvi a ripetere è la soluzione piu comoda: non si corrono rischi, perché tutto è più facile da valutare e il voto più alto va a chi ha imparato meglio. In America, ad esempio, però non funziona sempre così. Ci sono nozioni e cose da imparare a memoria come da noi, ma chiunque abbia visto qualche film adolescenziale o qualche telefilm sa che i prof di letteratura dicono molto spesso: «Per la prossima volta leggetevi il Romeo e Giulietta e ditemi cosa ne pensate». Valutano le impressioni degli studenti e la fondatezza delle loro opinioni. Alle medie fanno il classico concorso di scienze, in cui ogni alunno deve inventarsi (non vedere da lontano in laboratorio, come da noi) un esperimento o una dimostrazione scientifica. Alle elementari c&#8217;è lo &#8220;Show &#038; Tell&#8221;, il &#8220;Mostra e dimostra&#8221;, in cui i bambini diventano per una mattina insegnanti e spiegano qualcosa che conoscono o che hanno imparato. C&#8217;è una politica del rischio e dell&#8217;intraprendenza, soprattutto a scuola, che porta poi inevitabilmente anche ad un&#8217;economia in cui si rischia e si premia l&#8217;intraprendenza. Da noi tutto ciò è pura utopia, da noi la scuola vive di immobilismo, come la nostra società.<br />
Un paio di anni fa insegnavo in un liceo simile al vostro, e quindi in ogni classe facevo 3 ore di lezione settimanali. Avendo un po&#8217; di respiro dal classico programma ho fatto un esperimento (e qualcuno dei presenti lo sa, perché era là allora): ho fatto leggere dei romanzi usciti negli ultimi anni, o vedere le puntate di un telefilm come Lost, perché in qualche modo collegati al programma che dovevo svolgere; poi ho dato un questionario molto articolato ai ragazzi. Molte domande erano, lo ammetto, un po&#8217; bislacche. Chiedevo cose del tipo &#8220;Perché secondo te gli uomini che compaiono nel capitolo 12 indossano una sciarpa rossa? E perché proprio rossa?&#8221;, oppure &#8220;Secondo te è lecito comportarsi come si comporta questo personaggio? Perché?&#8221;. Molti studenti andarono in crisi. Si telefonavano tra loro chiedendosi &#8220;Tu cosa hai scritto?&#8221;. Poi venivano pure da me: «Prof, io ho risposto così, ma qual era la risposta giusta?». E io: «Non c&#8217;è una risposta giusta. Non lo so. Io ho un&#8217;ipotesi, voi presentatemi la vostra. Magari mi convincete». Vedete, c&#8217;è la paura, costante, di sbagliare. E cosa voleva dire sbagliare, per quei ragazzi? Voleva dire dare una risposta diversa da quella del prof. Voleva dire essere diversi dal prof. Ma siamo sicuri che essere diversi dal prof sia sempre uno sbaglio?</p>
<p><strong>La crisi del nozionismo</strong><br />
È arrivato il momento di concludere e tirare le somme. Mi hanno chiesto di parlarvi del rapporto insegnante-studenti, e io sono partito da Marc Bloch. Ora è il momento di tornarci, a Marc Bloch. Abbiamo già capito che, se vogliamo avere una minima possibilità di &#8220;vincere&#8221;, non possiamo combattere una battaglia di 30 anni fa, ma dobbiamo combattere quella di oggi. Benissimo. Ma il discorso non è finito qui.<br />
Ricordate l&#8217;Apologia della storia? Il messaggio più importante che quel libro lascia ai non storici è essenzialmente questo: non bisogna fidarsi di nessuno ma sottoporre a critica le nostre fonti. Benissimo. Questo è l&#8217;insegnamento perfetto per voi studenti: dubitate dei vostri maestri, dubitate di ciò che vi insegnano. Imparate a sviluppare e maturare un senso critico. Non vi sto dicendo che quello che vi insegnano sia falso; vi sto dicendo che non potete accettarlo solo perché ve l&#8217;hanno insegnato. Non potete. Non esiste una risposta esatta alle domande serie, non esiste una persona che vi possa dire chi dovete votare, o quali scelte di vita dovete fare; siete voi che dovete trovare la vostra risposta. Dovete essere in grado di trovare una vostra risposta. Se una domanda richiede una risposta esatta, ad esempio &#8220;quando è nato Leopardi?&#8221;, allora è una domanda che non vale la pena di porsi.<br />
I contenuti, le cose imparate a memoria a lungo andate non serviranno più a nulla. Tra venti o trent&#8217;anni non servirà conoscere la parafrasi della Divina Commedia, la data e le alleanze della prima guerra mondiale, l&#8217;equazione della parabola: con Google tutte queste informazioni già oggi le posso trovare in 3 secondi netti. E tra 10 anni, quando sarete adulti, sarà ancora più facile, perché esisterà un&#8217;altra nuova diavoleria elettronica. Anche oggi queste informazioni non sono il fine della scuola, ma casomai il mezzo: conoscere i dati, le regole, le formule è solo un modo per arrivare a ragionare. Il fulcro non sono i dati, è il ragionamento.<br />
Non servirà più a nulla sapere le cose. Servirà sapere interpretare, saper capire, saper valutare. Quello sì. Servirà avere una vostra personalità, un vostro pensiero. Essere autonomi. Viviamo sempre più in un&#8217;epoca in cui c&#8217;è un surplus di informazioni e il difficile è capire quali sono importanti e quali no, quali sottolineare e quali scartare, quali sono veritiere e significative e quali invece non valgono nulla. Viviamo in un&#8217;epoca in cui l&#8217;omologazione si fa sempre più forte, non più tanto nel modo di vestire o di divertirsi, ma sempre più nel modo di ragionare ed esprimersi. Internet e i cellulari ci hanno aperto infinite possibilità comunicative e noi stiamo finendo per usarne meno di prima, uniformandoci. Se aprite Twitter o Facebook ci trovate centinaia, migliaia di persone che nella stragrande maggioranza dei casi dicono la stessa cosa, semplicemente in un modo più o meno elegante. Come i compiti di italiano di maturità, d&#8217;altronde. Ecco, imparate a liberarvi dei vostri maestri, imparate a liberarvi dei vostri professori, imparate ad essere originali. Imparate ad essere voi stessi e ad avere idee vostre. Imparate ad avere il coraggio di osare. Come diceva Kant, quel noioso di Kant, Sapere aude!, abbi il coraggio di conoscere, di non fidarti delle idee che altri hanno deciso per te e di trovare le tue.</p>
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		<title>La maturità al tempo di Napolitano</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 13:19:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secondo me quello che è successo in questi giorni in Parlamento lascerà degli strascichi. In occasione degli Esami di maturità di quest'estate, per esempio, sono quasi sicuro che Enrico Mentana trasmetterà, in una maratona interminabile, la diretta delle prove scritte e degli orali, con Alessandra Sardoni appostata fuori dall'aula ad intervistare i candidati man mano che escono e Gabriele Paolini pronto a disturbare l'intervista...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> S </div>
 econdo me quello che è successo in questi giorni in Parlamento lascerà degli strascichi.</p>
<p>In occasione degli Esami di maturità di quest&#8217;estate, per esempio, sono quasi sicuro che Enrico Mentana trasmetterà, in una maratona interminabile, la diretta delle prove scritte e degli orali, con Alessandra Sardoni appostata fuori dall&#8217;aula ad intervistare i candidati man mano che escono e Gabriele Paolini pronto a disturbare l&#8217;intervista.</p>
<p>Sono praticamente certo che ci saranno dei ragazzotti, tra i quali quelli ammessi col minimo di credito, che urleranno di trasmettere in streaming la correzione delle prove.</p>
<p>Inevitabilmente fuori dalla scuola si raduneranno gli incazzati, quelli che bruceranno il loro diploma preso trent&#8217;anni prima, quelli che urleranno &#8220;ma-tu-ri-tà, ma-tu-ri-tà&#8221;, quelli che all&#8217;uscita di un prof lo insulteranno e lo minacceranno di morte, urlando &#8220;Mandiamoli tutti a casa!&#8221; (al che il prof dirà: «Sì, ci sto appunto andando, a casa»).</p>
<p>Sicuramente sul blog di Beppe Grillo compariranno le &#8220;esaminarie&#8221;, in cui ogni iscritto da prima del 31/12/2012 al Movimento 5 Stelle potrà esprimersi sul voto da dare ai vari candidati, all&#8217;insegna dello slogan &#8220;Se uno vale uno, allora 100 vale 100 e 60 vale 60&#8243;.</p>
<p>Ci sarà Matteo Renzi che andrà ospite da Daria Bignardi a dire: «Se si promuove Ginetto Beccalossi, che nella prova di italiano ha scritto &#8220;un&#8217;amico&#8221; con l&#8217;apostrofo, si fa un dispetto all&#8217;Italia e soprattutto all&#8217;italiano».</p>
<p>Il presidente di commissione proporrà agli studenti una rosa di argomenti su cui farsi interrogare, tra le proteste dei prof esterni: «Gli argomenti gli scegliamo noi! Non facciamo alleanze col nemico, il provveditorato non lo capirebbe!».</p>
<p>Nella pausa caffè a metà mattina gli stessi docenti concorderanno un voto, ma qualcuno tradirà una volta tornati in aula, e non si troverà per almeno due volte una maggioranza per una valutazione né per Ginetto Beccalossi, né per Evaristo Rossi, il cocco brufoloso dei prof interni, che commenterà: «Qualcuno dovrà prendersi le sue responsabilità». Intanto la sua storica rivale alle elezioni per la carica di rappresentante d&#8217;Istituto, Alessandra, nipote di un vecchio preside odiatissimo, sfilerà per i corridoi della scuola con una maglietta con scritto &#8220;Il brufolo veste Prada&#8221;, ironizzando sul completo di Evaristo. Si arriverà, alla fine, a confermare, tramite una proporzione, il voto con cui i ragazzi sono stati proposti e morta lì.</p>
<p>Alla fine il presidente di commissione terrà un discorso ai maturati dicendo che sono &#8220;aridi e sterili&#8221; per aver portato tesine scontate e già viste mille volte, sottolineando anche di essere troppo vecchio per fare ancora queste cose. Gli studenti applaudiranno a scena aperta, certi perché non stavano ascoltando, certi altri pensando &#8220;Lasciamolo parlare, &#8216;sto vecchio, tanto il diploma ce l&#8217;ha dato&#8221;.</p>
<p>E poi si apriranno dibattiti, a Ballarò, a Piazza Pulita, a Servizio Pubblico. Molti diranno che la scuola è morta, altri che bisogna ripartire dai giovani, altri ancora che bisogna fare un&#8217;alleanza coi bidelli di sinistra. E, dopo tanto parlare, si finirà per rimandare ogni decisione all&#8217;anno prossimo, al prossimo esame. Con buona pace di tutti.</p>
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		<title>50 anni dopo&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 17:45:52 +0000</pubDate>
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		<title>Un monocolore cinque stelle</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 11:08:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A sentire gli esperti - e a leggere il blog di Grillo - l'obiettivo del comico genovese sarebbe andare a nuove elezioni tra qualche mese, fare incetta di voti e avere la maggioranza da solo. Non so se la prospettiva sia realistica o anche solo possibile, ma di certo mi pare inquietante: non per Grillo in sé, col quale si può essere in accordo o in disaccordo, ma per la completa mancanza di meccanismi di controllo che una situazione del genere potrebbe evidenziare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> A </div>
 sentire gli esperti &#8211; e a leggere il blog di Grillo &#8211; l&#8217;obiettivo del comico genovese sarebbe andare a nuove elezioni tra qualche mese, fare incetta di voti e avere la maggioranza da solo. Non so se la prospettiva sia realistica o anche solo possibile, ma di certo mi pare inquietante: non per Grillo in sé, col quale si può essere in accordo o in disaccordo, ma per la completa mancanza di meccanismi di controllo che una situazione del genere potrebbe evidenziare.<br />
Dalla nascita della Repubblica, tutti i governi che si sono succeduti in Italia sono stati frutto di alleanze: perfino i monocolori DC nascevano dall&#8217;accordo tra le diverse correnti interne al partito, perfino Berlusconi (uno che ha sempre preoccupato molti per l&#8217;eccesso di poteri che si arrogava) doveva mediare coi suoi compagni di coalizione. Nessuno ha mai governato veramente da solo, senza dover sottostare a una dialettica interna al partito o all&#8217;alleanza.<br />
Se il Movimento 5 Stelle diventasse maggioranza (cosa non impossibile, gli basterebbe un 5% in più alle prossime elezioni, e forse anche meno) avremmo il primo governo in cui ogni decisione può essere presa semplicemente dal leader, autonomamente: è lui il proprietario del simbolo, è lui che di sua iniziativa può espellere chiunque. Certo, potrebbe benissimo rivolgersi alla base, indire i suoi famosi sondaggi sul web; ma potrebbe anche non farlo. Potrebbe organizzare dei grandi sondaggi popolari, del tipo &#8220;Volete voi che il governo faccia ecc.&#8221;; ma nella storia d&#8217;Italia queste cose si sono già viste, ed erano i plebisciti fascisti.<br />
Io non lo so se Grillo sia un santo o un santone, ma preferirei evitare di dargli i poteri di Benito Mussolini per doverlo capire.</p>
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		<title>La retorica vincente, l&#8217;enigma Beppe Grillo e Machiavelli</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 16:49:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Complice un'influenza che mi sta tenendo bloccato a casa da domenica (e ha fatto sì che mia moglie tenesse i bimbi alla larga da me), ho seguito con grande attenzione lo spoglio e la scoperta dei sorprendenti esiti delle consultazioni elettorali. Avrei quindi voluto scrivere un post molto articolato, in cui parlare degli errori del PD, dei dubbi sulla governabilità, della sorpresa Berlusconi, degli scenari futuri e futuribili e così via [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> C </div>
omplice un&#8217;influenza che mi sta tenendo bloccato a casa da domenica (e ha fatto sì che mia moglie tenesse i bimbi alla larga da me), ho seguito con grande attenzione lo spoglio e la scoperta dei sorprendenti esiti delle consultazioni elettorali. Avrei quindi voluto scrivere un post molto articolato, in cui parlare degli errori del PD, dei dubbi sulla governabilità, della sorpresa Berlusconi, degli scenari futuri e futuribili e così via. Ma alla fine, a furia di vedere tutti i commenti che si accavallavano su Facebook e Twitter, non ne ho più avuta molta voglia: ognuno, in Italia, la pensa come vuole &#8211; cosa più che legittima &#8211; e non sta ad ascoltare quello che hanno da dire gli altri &#8211; e su questo ho le mie remore. Grillo accomuna il PD e il PDL in un unico pastone, gli elettori del PDL vedono il PD come il male assoluto e, viceversa, gli elettori del PD fanno lo stesso con Berlusconi.<br />
E allora, le riflessioni che mi va di fare sono solo due.</p>
<p>La prima: da vent&#8217;anni a questa parte, e anzi in maniera più netta man mano che passava il tempo, è cambiato il modo di fare politica, radicalmente. Se confrontate una tribuna elettorale di venticinque anni fa, o un comizio di trent&#8217;anni fa, con il discorso di un politico di oggi c&#8217;è un abisso, soprattutto se pensate a Berlusconi o Grillo. Un abisso sotto diversi punti di vista, solo in parte ascrivibile agli anni passati: se conducete lo stesso paragone usando un politico americano del 1983 e un discorso di Obama di oggi non troverete le stesse differenze che si trovano in Italia, ma molte meno; lo stile, gli atteggiamenti, le strategie comunicative in America sono rimaste bene o male le stesse, solo un po&#8217; svecchiate.<br />
In Italia, invece, tutto è cambiato. Paragonate un Berlinguer, che pure è stato un leader molto amato, e un Grillo: sembrano due persone che fanno un lavoro completamente diverso (e Bersani assomiglia nettamente più a Berlinguer che a Grillo).<br />
Cos&#8217;è cambiato, quindi, da allora a oggi? Di mezzo c&#8217;è stato Berlusconi, c&#8217;è stata la tv commerciale, ci sono stati i talk show e i one-man-show. Ma non è solo questo. Inizio a pensare che questa non sia nemmeno la causa, ma piuttosto l&#8217;effetto: non è stato Berlusconi a cambiare la politica, ma gli italiani. Com&#8217;erano gli italiani fino all&#8217;inizio degli anni &#8217;70, dal punto di vista politico? Erano dei fedeli elettori, che davano il loro voto al partito di riferimento, che era la loro guida indiscutibile; si fidavano delle linee politiche, delegavano, sicuri che la loro preferenza fosse ben riposta. Si votava sostanzialmente per classe sociale, e non a caso i risultati delle elezioni erano piuttosto prevedibili, scossi solo &#8211; nel lungo periodo &#8211; dal ricambio generazionale.<br />
Poi ci sono stati gli anni &#8217;70, la contestazione, gli estremismi giovanili; e poi ancora, dieci o quindici anni dopo, Tangentopoli; ed è cambiato tutto. Gli italiani hanno iniziato a pensare che quei politici a cui avevano affidato il loro voto non fossero degni di loro. Hanno scoperto che l&#8217;Italia non era il paese delle meraviglie, ma un luogo in cui ognuno faceva i propri interessi a scapito spesso degli altri. Gli italiani hanno iniziato ad odiare i loro politici, a scaricare su di loro (e spesso a ragione, non nascondiamolo) le responsabilità di ciò che non funzionava in Italia. I politici della DC, che prima erano tutto sommato rispettati anche se osteggiati dalla sinistra, venivano attaccati dai giovani nelle piazze e nei muri (a volte, purtroppo, perfino gambizzati o uccisi), e nemmeno gli esponenti del PCI se la cavavano meglio. Al di là dei motivi contingenti, nel lungo periodo la figura del politico in Italia ha perso ogni sacralità, un percorso che è continuato, per motivi diversi, con gli scandali finanziari e la corruzione degli anni &#8217;80. A questo punto &#8211; e dopo una gestazione lenta e travagliata &#8211; è arrivato il nuovo modo di far politica. In primis Berlusconi e Bossi, coi loro slogan semplici. Poi, ora, Grillo, con slogan spesso opposti, ma allo stesso modo attrattivi. Slogan, parole d&#8217;ordine, che hanno creato nei loro sostenitori un&#8217;attesa quasi salvifica e un odio diffuso, sia dei sostenitori verso gli altri, sia degli altri verso i sostenitori.</p>
<p>E allora, vedete, non è che Berlusconi, Bossi e Grillo, che hanno &#8220;rubato&#8221;, in tempi diversi, elettori che in passato erano tipici del PCI, abbiano cambiato il modo di far politica. Semplicemente hanno capito cos&#8217;era che gli italiani volevano sentirsi dire. E quello che gli italiani volevano &#8211; e al 75% pare vogliano ancora oggi &#8211; è non sentirsi in colpa. Ciò che accomuna questi movimenti non è la retorica, ma la retorica deresponsabilizzante. Per decenni la Lega ha basato il suo consenso sull&#8217;idea che i mali del nord derivassero da Roma o dagli immigrati; Berlusconi ha incolpato lo Stato delle manchevolezze delle imprese italiane o la Germania e Monti delle politiche di austerity; Grillo, ora, dà tutta la colpa della crisi economica e sociale al PD e al PDL. Vedete, è questo che mi spaventa: il tentativo di trovare un colpevole, di dar la colpa a qualcuno. Non è mai colpa nostra, o non è mai una colpa diffusa che ci colpisce tutti, ma è sempre colpa di qualcun altro. È chiaro che i problemi esistono: c&#8217;è uno Stato che chiede troppe tasse, ci sono imprenditori che fanno un&#8217;enorme fatica, ci sono politici che rubano. Ma imputarli ad un&#8217;unica causa è una semplificazione propagandistica. È il pensiero di Carl Schmitt, puro e semplice: basare la politica sulla contrapposizione amico-nemico; individuare un avversario, caricarlo di tutte le colpe deresponsabilizzando contemporaneamente la propria schiera, scatenando così un senso di appartenenza che porta all&#8217;esaltazione del leader.</p>
<p>La seconda riflessione riguarda il Movimento 5 Stelle, che per me rimane un&#8217;incognita clamorosa. Al suo interno ci sono parecchie cose encomiabili, alcune cose preoccupanti e tutta una serie di altre cose di cui si sa poco o nulla. Tra le encomiabili metterei molti punti del programma, l&#8217;entusiasmo e la partecipazione disinteressata dei militanti, la spinta che può avere sulla politica tradizionale; tra gli aspetti preoccupanti, il ruolo di Grillo (e spiegherò poi perché); tra ciò che è ignoto i loro reali, concreti e pragmatici programmi per il futuro. Sono anni che diciamo che chi viene eletto deve dire ben prima con chi ha intenzione di allearsi e cos&#8217;ha intenzione di fare, eppure appena hanno conseguito il loro ottimo risultato elettorale non c&#8217;è stato un solo grillino che avesse una benché minima idea di come concretamente mettere in pratica le loro nobili intenzioni. L&#8217;intervista tipica, che ho visto ripetere su diverse emittenti a numerosi diversi eletti del M5S è stata la seguente:<br />
- Adesso con chi vi alleerete?<br />
- Con nessuno, noi siamo contrari agli inciuci.<br />
- E se il PD dovesse chiedervi l&#8217;appoggio su alcune iniziative che condividete?<br />
- Noi siamo disponibili a lavorare assieme agli altri valutando legge per legge.<br />
- Sì, ma per far stare in piedi una legislatura bisogna prima dar la fiducia a un governo. La dareste, la fiducia, a un governo che si proponga di mettere in pratica alcuni punti del vostro programma?<br />
- Ehm&#8230; Noi siamo disponibili a lavorare assieme agli altri valutando legge per legge.<br />
- Sì, ho capito, ma la fiducia?<br />
- La fiducia? Cioè&#8230; Noi siamo disponibili a lavorare assieme agli altri valutando legge per legge.<br />
- Vuol dire che al Senato potreste uscire al momento della votazione?<br />
- Noi&#8230; Noi siamo&#8230; disponibili&#8230; a lavorare assieme agli altri&#8230; valutando legge per legge.<br />
Largo ai giovani, per carità, ma almeno che abbiano le idee chiare in testa. Quello che mi sembra è che questa esagerata esaltazione della democrazia diretta (su ogni decisione, dal presidente della Repubblica al singolo regolamento, bisogna prima indire un sondaggio online) sia un po&#8217; pericolosa, per due motivi:<br />
1) io voglio dei politici preparati, che sappiano anticipare le opinioni della massa e, quando serve, fare anche scelte impopolari; il buon politico non è quello che, privo di qualsiasi personalità, obbedisce in tutto e per tutto al proprio elettorato, ma quello che sa ascoltare ma anche guidare il proprio elettorato, spiegandogli alcune sue visioni che l&#8217;elettore medio ancora non ha colto né capito. Di un politico senza idee, senza carattere, senza un&#8217;autonomia di giudizio io non me ne faccio nulla (e, scusatemi, ma gli eletti del Movimento in questi giorni sono sembrati tutti fatti con lo stampino, intenti a ripetere la solita pappardella che manco nei regimi più totalitari&#8230; perfino nel PDL c&#8217;è più autonomia di vedute);<br />
2) finora, tutti i tentativi storici di reale democrazia diretta sono sempre falliti non tanto per problemi tecnici &#8211; che oggi sarebbero in buona parte superati dall&#8217;avvento della rete &#8211; ma perché quando il popolo è libero di decidere tutto, giorno per giorno, senza nessuna intermediazione che ne rallenti l&#8217;impulsività, la democrazia tende sempre a scivolare nella demagogia. Se n&#8217;erano accorti già nell&#8217;Atene del V secolo a.C., dove comunque la democrazia era un concetto molto più limitato del nostro, eppure a tutt&#8217;oggi c&#8217;è ancora qualcuno che fa finta di non saperlo.</p>
<p>Già cinquecento anni fa Machiavelli nel <em>Principe</em> scriveva:</p>
<blockquote><p>perché un principe che può fare quello che vuole è un pazzo; un popolo che può fare ciò che vuole non è savio</p></blockquote>
<p>Ma queste sono solo incognite, come ho già detto, che potrebbero dissiparsi già nelle prossime settimane. Può darsi benissimo che all&#8217;interno del Movimento prevalga un senso di responsabilità generale (a scapito del vantaggio elettorale che per loro potrebbe concretizzarsi in nuove elezioni a brevissimo termine) e che quindi si formi un governo del PD col loro appoggio esterno. Io lo spero, sarebbe la volta buona per cambiare qualcosa.<br />
Quello che mi preoccupa, invece, è il ruolo di Beppe Grillo. Non tanto per lo stile che usa nei suoi comizi (quello, come detto sopra, è retorica da manuale, classico modo per racimolare consenso in fretta&#8230; un modo certo violento e aggressivo, ma che accomuna molti movimenti anche di sinistra in giro per il mondo), quanto per questa tanto esaltata forma di democrazia dal basso, come se il blog fosse lo strumento del futuro. Non è così, il blog non è uno strumento partecipativo. Certo, su un blog si può commentare e attorno a un blog si forma una comunità di fedeli, di appassionati, di militanti; ma il blog è una forma di comunicazione verticale, in cui c&#8217;è uno che scrive e ci sono gli altri che leggono. Non è un forum, non è un social network: è un blog, cioè un giornale che invece di essere stampato su carta è impresso su internet. L&#8217;opinione del militante comune non ha nemmeno lontanamente lo stesso peso di quella di Grillo, non scherziamo. Dirò di più: il blog è pure peggio di un giornale. Perché un giornale gira, passa di mano in mano, e, a meno che non sia un giornale di partito sovvenzionato dallo Stato, per vendere e quindi sopravvivere deve per forza ospitare opinioni diverse, ammettere un certo pluralismo al proprio interno. Un blog non ha bisogno di tutto questo. Il blog non ha bisogno di confrontarsi col mondo esterno, il blog in sé è un microcosmo; e il blog di Grillo, in particolare, è un microcosmo chiuso. In questi anni ci sono finito tante volte, e negli ultimi giorni sono andato spesso a curiosare: al di là dei contenuti dei vari post, che di volta in volta si possono condividere oppure no, quando si entra in quelle pagine &#8211; per lo stile così dogmaticamente antagonista e il modo di porsi &#8211; pare di entrare in una ipotetica sede del PCI del vecchio Veneto bianco, con i ritratti di Stalin appesi alle pareti, dove non si siano accorti che è caduto il muro di Berlino: ci sono i messaggi del &#8220;grande e magnifico leader&#8221;, che rivelano verità sul mondo che tutti i &#8220;porci (capitalisti)&#8221; vogliono tenerci nascoste, e ci sono i commenti perlopiù adoranti degli adepti (e quando non sono adoranti sono dei soliti infiltrati o venduti), contornati da manifestini, pubblicità e iniziative di propaganda che fanno capo al Movimento e a Grillo stesso. Un colossale circolo vizioso dove tutte le idee proposte dall&#8217;alto finiscono per diventare indiscutibili e sante, dove regna un clima direi anche greve, di chiusura. Questo perenne richiamo al complottismo (&#8220;ecco quello che non vogliono farvi sapere!&#8221;), questa chiusura, questa non criticabilità del leader rendono il blog qualcosa di simile più ad una setta che a un moderno movimento politico, ed è questo l&#8217;elemento che bisogna tenere sott&#8217;occhio con maggior attenzione. Ora, sia chiaro: gli elettori del Movimento, quel 25% di italiani, sono in minima parte frequentatori del sito: la maggior parte sono delusi che hanno trovato in questa proposta politica qualcuno a cui affidare, momentaneamente, le loro speranze. Sono convinto che la stragrande maggioranza di chi ha votato Grillo sia pronto a tornare a votare i partiti tradizionali, se questi decidessero di darsi una regolata, di cambiare, di rinnovarsi. Ora sta a Grillo scegliere se vuole diventare un leader serio o il capo messianico di una ennesima setta politica. A giudicare <a href="http://www.beppegrillo.it/2013/02/bersani_morto_che_parla.html" target="_blank">dal post di oggi</a>, sembra propendere per la seconda (e i giornali dicono che la base si ribella, ma se leggete i commenti si tratta di pochi &#8220;elettori dell&#8217;ultim&#8217;ora&#8221; o, appunto, infiltrati).</p>
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		<title>Fare per fermare il calcio nella politica, o la politica nel calcio, non ricordo bene</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 15:56:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fare per fermare il declino]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Zingales]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Giannino]]></category>
		<category><![CDATA[Wikipedia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri sera, complice un turno di notte della moglie, ho approfondito la recentissima polemica tra Luigi Zingales e Oscar Giannino, due dei fondatori di Fare per fermare il declino, movimento politico molto apprezzato sul web, dove mi sembra abbia raccolto una buona parte dei consensi di quell'elettorato giovane e colto che anni fa si affidava a Grillo e pochi mesi fa a Renzi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> I </div>
eri sera, complice un turno di notte della moglie, ho approfondito la recentissima polemica tra Luigi Zingales e Oscar Giannino, due dei fondatori di <em>Fare per fermare il declino</em>, movimento politico molto apprezzato sul web, dove mi sembra abbia raccolto una buona parte dei consensi di quell&#8217;elettorato giovane e colto che anni fa si affidava a Grillo e pochi mesi fa a Renzi.</p>
<p>Vi riassumo, brevemente, i termini della questione: Zingales, economista italiano che insegna alla prestigiosa Booth School of Business di Chicago, è uscito dal movimento che ha contribuito a fondare ad appena 6 giorni dal voto, e l&#8217;ha fatto sbattendo la porta. Il motivo è il fatto che Giannino, il leader di quello stesso movimento, abbia pubblicamente mentito sulle proprie credenziali accademiche, vantando di aver conseguito un master proprio alla Booth quando probabilmente non ha neppure una delle due lauree che solitamente gli vengono attribuite. Giannino ha cercato di chiarire la questione parlando di un equivoco, ma a Zingales non è bastato ed ha lasciato il movimento.</p>
<p>Non voglio entrare nella polemica, non m&#8217;importa niente &#8211; almeno qui, almeno ora &#8211; di capire se abbia ragione Zingales o se l&#8217;abbia Giannino; m&#8217;interessano però le dinamiche che si sono innestate. Le questioni sono tante, ma ne sottolineo due: una gnoseologica, o al limite anche filologica; l&#8217;altra politica.</p>
<p>Partiamo da quella gnoseologica, cioè da come le false notizie su internet possano essere considerate più affidabili di quelle vere anche da fonti autorevoli. Date un&#8217;occhiata qui: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Discussione:Oscar_Giannino#laurea" target="_blank">http://it.wikipedia.org/wiki/Discussione:Oscar_Giannino#laurea</a>. È la pagina di Wikipedia in cui i contributori dell&#8217;enciclopedia online discutono sulle varie modifiche alla pagina dedicata ad Oscar Giannino. In particolare, vi ho linkato la parte in cui si parla dei titoli accademici. Non conosco le persone coinvolte, ma ho letto con grandissimo interesse quanto hanno scritto in una discussione che prende avvio addirittura nel 2011 e arriva ai fatti di oggi. Vi segnalo i passaggi più importanti, per sintetizzare:</p>
<blockquote><p>Bisognerebbe sapere in quale università si è laureato in economia, per poter verificare se lo è effettivamente. Non so se sia corretto lasciare nella voce la laurea in economia insieme a quella in giurisprudenza, perchè secondo Oriettaxx il sito dell&#8217;istituto Bruno Leoni si è dimostrato inattendibile riguardo al diploma alla Chicago Booth e mi chiedo se una fonte che si è dimostrata inattendibile per un&#8217;informazione possa essere considerata attendibile riguardo ad un&#8217;altra informazione. Se Oriettaxx postasse in questa discussione la mail di risposta della Booth penso che almeno rispetto al diploma non ci sarebbero più dubbi. (slangava, ottobre 2011)</p>
<p>Riporto di seguito lo scambio di mail ricevuto con la Booth, come chiede slangava […] (ma non vi nascondo mi sembri una cosa un po&#8217; esagerata chiedermi di fare copia incolla dalla mia casella postale: anzichè chiedere la fonte di una frase a chi la scrive e sostiene, viene chiesto a me la fonte! Allora domani scrivo che sono la madonna vergine e spetterà a voi dimostrare che non sono tale!) (Oriettaxx, ottobre 2011)</p>
<p>[…] Non nascondo che dal punto di vista wikipediano è una situazione un po&#8217; anomala: le voci di WP devono essere basate su fonti attendibili e pubblicate. Delle email mandate/ricevute dai wikipediani ovviamente non sono fonti &#8220;pubblicate&#8221;, ma possono essere usate per dimostrare che una determinata fonte non può essere ritenuta attendibile? (Jaquen, ottobre 2011)</p>
<p>A me sembra il classico caso di terra piatta vs terra rotonda: magari ha pure ragione Oriettaxx, ma se gli addetti ai lavori sono convinti che la terra è piatta, Wikipedia dovrebbe dire che la terra è piatta. O almeno così mi pare si sia sempre fatto. (Tobuto, gennaio 2013)</p>
<p>Sentite, io rimetto il diploma alla Booth fontato con l&#8217;Istituto Bruno Leoni e le parole dello stesso Giannino. Quando uscirà una fonte secondaria enciclopedica che smentisce ufficialmente Giannino ne riparleremo. Nel frattempo siete pregati di smetterla di fare i giornalisti d&#8217;inchiesta e tornare a compilare un&#8217;enciclopedia. (ancora Tobuto, 8 febbraio 2013)</p>
<p>una fonte deve essere esterna, se se lo dice lui da solo, non vale come fonte su wiki. (Popop, 9 febbraio 2013)</p>
<p>Oriettaxx, devi renderti conto che sei l&#8217;unica persona sul web che sostiene che Giannino non abbia questo benedetto diploma; e non sei una fonte attendibile per definizione. Invece l&#8217;IBL sostiene che ce l&#8217;abbia ed è una fonte attendibile. Se e quando uscirà un comunicato ufficiale della Booth che dirà che Giannino non ha nessuna laurea o qualche giornalista si occuperà della cosa potrai portare la fonte e dire che non è vero. Nel frattempo, mi sembra che la soluzione di compromesso di lasciare che ha preso il diploma, con le fonti dell&#8217;IBL e delle sue stesse parole, e il senza fonte, sia la cosa migliore. Magari possiamo cambiare il modo di presentare l&#8217;informazione in qualcosa tipo &#8220;sul suo curriculum sul sito dell&#8217;Istituto Bruno Leoni è riportato un diploma della Booth&#8221; e lasciare al lettore il giudizio sull&#8217;attendibilità di questa fonte. Ma presentare l&#8217;informazione come falsa (e Giannino come un bugiardo, tra l&#8217;altro) perché smentita da qualcosa che non è una fonte verificabile no, grazie. (Tobuto, 10 febbraio 2013)</p>
<p>Comunque, a me sta cosa m&#8217;ha stufato&#8230; volete conservarvi la bufala, e tenetevela&#8230; bel servizio comunque, siamo in campagna elettorale, ci saranno molte persone che cercheranno info in questa voce secondo me proprio per avere informazioni verificate, e non dei copia incolla di altri siti (Oriettaxx, 11 febbraio 2013)</p>
<p>Ovviamente non si può pretendere che la Booth pubblichi l&#8217;elenco esaustivo di tutti quelli che hanno preso un diploma da loro, e meno che mai, lo dico come paradosso, l&#8217;elenco di tutti quelli che NON l&#8217;hanno preso! Purtroppo un&#8217;affermazione apparentemente fantasiosa è più facile da dimostrare, se vera, che da negare, se falsa. (Oriettaxx? [non c'è la firma, credo Wikipedia la attribuisca all'autore del messaggio precedente], 12 febbraio 2013)</p>
<p>Trovo corrette le tue considerazioni, fondamentalmente è come hai scritto tu: un&#8217;affermazione apparentemente fantasiosa è più facile da dimostrare, se vera, che da negare, se falsa. Detto questo,a differenza di Orietta, io credo che una sua video-intervista dove dice di aver conseguito un master alla Booth sia più attendibile di un suo curriculum riportato sul sito dell&#8217;istituto Bruno Leoni, per il semplice fatto che se il master si dimostrasse falso dovrebbe rispondere di aver mentito in prima persona. Riguardo alle polemiche correnti a me sembra che gli unici che si siano presi la briga di andare a verificare siano qui su wikipedia, non mi sembra che la cosa interessi o abbia interessato giornali/giornalisti. Purtroppo fino a che qualcun&#8217;altro oltre agli utenti di wikipedia non andrà a verificare siamo bloccati in questo limbo. (slangava, 15 febbraio 2013)</p>
<p>A quanto pare altri oltre a me si incazzano per millantati titoli di studio <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/zingales-lascio-giannino-ha-mentito-su-credenziali-accademiche/504073/" target="_blank">http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/zingales-lascio-giannino-ha-mentito-su-credenziali-accademiche/504073/</a> (Oriettaxx, 18 febbraio 2013)</p></blockquote>
<p>E questo è un primo, interessantissimo, punto: le falle del sistema (di Wikipedia ma di molte altre fonti di informazioni sul web) permetterebbero, quindi, a qualsiasi persona con un minimo di furbizia di millantare un master o un titolo di studio all&#8217;estero, farlo scrivere su un curriculum da un sito amico e aspettare poi che l&#8217;informazione si propaghi di sito in sito, fino a diventare sicura e certa per il semplice fatto di essere citata in centinaia di fonti (che ovviamente non si sono prese la briga di controllare la veridicità di quanto scrivono). La superficialità nel riportare una notizia &#8211; o peggio ancora il lavarsene le mani, della veridicità, come sostengono alcuni dei wikipediani &#8211; rende automaticamente vera una notizia che in partenza era falsa. Umberto Eco, su una questione del genere, potrebbe scriverci come minimo un paio di saggi.</p>
<p>La seconda questione, legata all&#8217;affaire-Giannino, è più squisitamente politica. Dopo aver letto a lungo le polemiche su Wikipedia, sono capitato, seguendo link qua e là, alla pagina Facebook di Zingales, e in particolare a questo post: <a href="https://www.facebook.com/luigi.zingales/posts/580212578657688" target="_blank">https://www.facebook.com/luigi.zingales/posts/580212578657688</a>.</p>
<p>Al di là delle parole e delle decisioni di Zingales, che si possono condividere o meno, mi sono soffermato sui numerosissimi commenti alle sue dichiarazioni (più di 2.000, al momento in cui scrivo) lasciati perlopiù da sostenitori di <em>Fare per fermare il declino</em>.</p>
<p>Direi che si possono raccogliere, con leggerissime variazioni, in tre gruppi:</p>
<ol>
<li>quelli che dicono: &#8220;Quanto ti ha pagato Berlusconi per creare questo casino a 5 giorni dal voto?&#8221;, &#8220;Che tornaconto hai a far naufragare il nostro movimento?&#8221;, &#8220;Sei uno *****&#8221; e via così. Sono nettamente la maggioranza, a occhio e croce direi attorno al 60% del totale (ma sono stime indicative, mica li ho letti tutti e 2.000);</li>
<li>quelli che dicono: &#8220;Ok, Zingales, Giannino ha fatto una cazzata, ma ti pare creare tutto &#8216;sto casino a pochi giorni dal voto per una pecca di così poco conto?&#8221;. Io questi li stimo attorno al 25% del totale;</li>
<li>quelli che dicono: &#8220;Zingales ha ragione, dobbiamo pretendere onestà a tutti i livelli, altrimenti non siamo migliori degli altri&#8221;. Pochi, isolati, intimoriti dalla veemenza degli altri, mi sembra che con questi siamo attorno al 15%.</li>
</ol>
<p>Ora, io non so se Zingales fosse in buona o in cattiva fede, se sia stato esagerato nel suo rigore e abbia in questo modo condannato il movimento che ha contribuito a creare. Non lo so perché lo conosco molto superficialmente, ho letto qualche suo articolo qua e là ma non sono minimamente in grado di giudicare la persona, la sua lealtà, i suoi interessi, i suoi fini. La cosa m&#8217;interessa anche poco.</p>
<p>Dico però che han smaccatamente ragione quelli del terzo gruppo, al di là delle dietrologie e degli esiti che questa polemica avrà sul voto: hanno ragione quelli che si son trovati d&#8217;accordo con le parole di Zingales. Sono anni che chiediamo onestà ai politici, che li accusiamo di essere una casta di bugiardi, di affaristi, di intrallazzatori, ed è logico che queste proteste e accuse non possiamo rivolgerle solo ad alcuni e non a tutti. È chiaro che dire di avere un master non è grave quanto incassare tangenti di milioni di euro o fare accordi con organizzazioni criminose, ma non è questo il punto: mentire in campagna elettorale è sempre sbagliato, perché significa ingannare gli elettori per ottenere maggior consenso. È come dire che si toglierà l&#8217;IMU quando non si ha realmente intenzione di farlo: significa imbrogliare la gente. In Germania abbiamo avuto ministri che, per questioni molto simili (tesi di laurea o di dottorato copiate), si sono dovuti dimettere dalle loro cariche, e quando l&#8217;hanno fatto abbiamo applaudito a questi paesi nordici e rigorosi, in cui vige la ferrea onestà; e poi siamo pronti a fare dietrofront immediato su tutte queste questioni di principio appena è il nostro leader di riferimento a cadere in fallo, a farsi trovare con le mani nella marmellata.</p>
<p>Perché, vedete, il problema non è l&#8217;onestà dei politici. Non è nemmeno completamente, come diceva Bisio a Sanremo, l&#8217;onestà di noi italiani, perché molti di quelli che scrivono a favore di Giannino sono italiani onestissimi, ne sono certo. Il problema è che ai nostri leader noi perdoniamo tutto, perdoniamo troppo, perdoniamo molto di più di quanto perdoniamo a noi stessi. Gli elettori di Berlusconi perdonano al loro candidato tutte le debolezze e i vizi (ivi comprese le bugie) che ben conosciamo, così come gli elettori del PD perdonano al loro partito gli intrallazzi con le banche, i cassieri fraudolenti, le inchieste, così come i grillini perdonano a Grillo questo stile un po&#8217; ducesco e le promesse esagerate che tanto non dovrà mai mantenere, così come i montiani perdonano al professore le sue alleanze con Fini e Casini eccetera eccetera. Ognuno perdona, e perdona troppo.</p>
<p>Perché perdona, mi chiederete? Semplice: perché ognuno di noi fa il tifo per il proprio leader o partito. Perché noi, in politica, non votiamo, ma tifiamo. Perché noi viviamo la politica come una partita di calcio, in cui non ci importa che la nostra squadra giochi bene o sia rispettosa dell&#8217;avversario, ma solo che vinca, con qualsiasi mezzo. Gli juventini non solo perdonano alla Juve anni e anni di scandali, ma li negano; gli interisti non solo perdonano al loro presidente di non capirci quasi nulla di calcio, ma lo innalzano a benefattore dell&#8217;umanità; i milanisti non solo perdonano al loro proprietario di averli sfruttati sempre per altre finalità, ma &#8211; almeno finché continua ad investire nella squadra &#8211; lo votano pure alle elezioni. E l&#8217;analogia potrebbe andare avanti ancora: non a caso, in Italia non si cambia mai schieramento politico, come non si cambia squadra del cuore (al massimo si fa lo sciopero del tifo, come ci si astiene alle elezioni); non a caso, si odiano gli elettori di altri partiti, come si odiano le tifoserie rivali; non a caso, ci si incazza col proprio leader solo quando si perde, mai quando si vince, e la caduta dei governi è sempre colpa di qualcun altro, in particolar modo degli arbitri.</p>
<p>Non so se Zingales, abituato da anni a vivere all&#8217;estero, abbia fatto proprio lo stile &#8220;nordico&#8221;, che invece guarda alla politica in maniera molto più distaccata e quindi giudica i politici per quello che fanno e non come l&#8217;asso della propria squadra di calcio, oppure sia solo l&#8217;ennesimo furbetto voltagabbana. Non lo so e, ripeto, non mi interessa. Ma il problema non è lui, e non è nemmeno Giannino: è il nostro modo di vivere la politica.</p>
<p>ps.: leggo solo ora che Giannino sta meditando un passo indietro e ha dato ragione a Zingales. Se porterà fino in fondo quanto detto, la cosa gli fa onore.</p>
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		<title>Umano, troppo umano (lettera aperta al papa uscente)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 13:47:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scrip</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni sparse]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Ratzinger]]></category>
		<category><![CDATA[papà]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Benedetto XVI, caro Joseph Ratzinger,
ho appreso prima dagli organi di stampa e poi dal tuo breve discorso che hai deciso di rinunciare all'incarico di pontefice a causa dell'età avanzata e del fatto che questa non ti permetta più di essere all'altezza del tuo compito [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> C </div>
aro Benedetto XVI, caro Joseph Ratzinger,<br />
so che è molto facile parlare dalla mia casetta, al caldo e nella comodità della mia vita borghese senza troppi impegni e responsabilità, quindi non leggere questa mia lettera come un atto d&#8217;accusa, ma come una richiesta di chiarimenti. Al tuo posto, probabilmente, sarei stato molto peggiore di te. Però &#8211; ripeto &#8211; permettimi una riflessione.</p>
<p>Ho appreso prima dagli organi di stampa e poi dal tuo breve discorso che hai deciso di rinunciare all&#8217;incarico di pontefice a causa dell&#8217;età avanzata e del fatto che questa non ti permetta più di essere all&#8217;altezza del tuo compito. La notizia mi ha lasciato di stucco, sia perché mancano precedenti storici recenti, sia perché non mi sembravi il tipo da fare una scelta del genere. Scelta, come molti hanno sottolineato, da un certo punto di vista coraggiosa e rivoluzionaria, una scelta dignitosa e comunque di sacrificio (entrerai pur sempre nella storia per un &#8220;gettare la spugna&#8221;, e credo non sia il sogno di nessuno).</p>
<p>C&#8217;è una cosa, però, caro Benedetto, che non capisco. Tu la fede ce l&#8217;hai, no? Possiamo darlo per scontato, altrimenti mica saresti diventato papa. E allora, se la fede ce l&#8217;hai, vuol dire che ritieni che Dio possa fare grandi cose, che Dio possa operare dei miracoli, al di là dei limiti e delle debolezze umane. Ce l&#8217;avete insegnato, per secoli se non millenni, proprio tu e i tuoi discepoli (oltre al buon Kierkegaard): Abramo era vecchio e aveva un solo figlio, eppure la fede &#8211; che è sempre «paradosso e scandalo» &#8211; gli chiedeva di sacrificarlo; Mosè non si sentiva in grado di guidare il suo popolo, né di andare a questionare di fronte al faraone, eppure Dio l&#8217;ha preteso; Gesù Cristo sentiva tutto il peso della sua missione, eppure non si è tirato indietro. E gli esempi sarebbero ancora innumerevoli. Quello che la fede richiede è proprio di affidarsi e aver fiducia in Dio, anche quando non ci si sente più in grado. Se Dio ti dà un compito, è perché ritiene che tu possa farlo, che tu sia la persona giusta per farlo.<br />
Se hai fede, quindi, dovresti ritenere che la tua elezione a papa sia stata volontà di Dio, no? E, dunque, chi sei tu per pensare che il bene della Chiesa sia contrario a quello che ha scelto Dio stesso? Se Dio ti avesse ritenuto inadeguato non ti avrebbe fatto eleggere, o al limite t&#8217;avrebbe fatto morire, giusto?</p>
<p>Vorrei mi spiegassi questa cosa. Perché a me sembra che la tua rinuncia sia un segnale bruttino per le giovani generazioni di fedeli; mi sembra manifesti l&#8217;idea che Dio non possa fare miracoli, e che Dio anzi possa anche sbagliare. Certo, in molti oggi sottolineano il fatto che ci vuole anche coraggio a capire quando è il momento di farsi da parte, che bisogna anche conoscere i propri limiti e così via. Ma sono tutti ragionamenti umani, umanissimi; Dio, ci avete sempre insegnato, non ragiona così, non segue la logica. È, appunto, paradosso, contraddizione, colpo di scena, scandalo. Qui invece mi pare tutto fin troppo normale, mi sembrano ragionamenti fatti &#8220;come se Dio non ci fosse&#8221;.<br />
Insomma, caro Ratzinger, l&#8217;interrogativo è proprio questo: mi stai dicendo che Dio è morto pure in Vaticano?</p>
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		<title>Sostenete &#8220;La Massa&#8221; (dei miei studenti)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 10:03:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scrip</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[crowdfunding]]></category>
		<category><![CDATA[Eppela.com]]></category>
		<category><![CDATA[giornale scolastico]]></category>
		<category><![CDATA[La Massa]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle cose che più mi danno fastidio del precariato - tra insicurezza lavorativa, disoccupazione e quant'altro - è il fatto che si sia costretti a cambiare scuola ogni anno, abbandonando studenti coi quali si è appena iniziato a costruire un metodo di lavoro, burocrazie che si è appena cominciato a comprendere, variabili interne alle scuole che si era appena riusciti a maneggiare, per dover ricominciare tutto da un'altra parte [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> U </div>
na delle cose che più mi danno fastidio del precariato &#8211; tra insicurezza lavorativa, disoccupazione e quant&#8217;altro &#8211; è il fatto che si sia costretti a cambiare scuola ogni anno, abbandonando studenti coi quali si è appena iniziato a costruire un metodo di lavoro, burocrazie che si è appena cominciato a comprendere, variabili interne alle scuole che si era appena riusciti a maneggiare, per dover ricominciare tutto da un&#8217;altra parte. Per me è stato così per 6 anni filati, tradizione che si è interrotta per la prima volta lo scorso settembre, quando sono stato confermato nel Liceo Artistico in cui insegnavo già l&#8217;anno scorso, il &#8220;Bruno Munari&#8221; di Castelmassa, al confine delle province di Rovigo e Mantova. Questa conferma ha comportato, per me, un maggior impegno all&#8217;interno della scuola: da un lato, gli alunni e i colleghi ormai mi conoscevano e sentivano evidentemente di potersi fidare; dall&#8217;altro, non potevo più tirarmi indietro con la stessa facilità degli anni passati, quando bastava dire &#8220;sono un precario: quest&#8217;anno sono qui, l&#8217;anno prossimo chissà&#8221; per evitare gli incarichi più gravosi. E quindi ho iniziato ad occuparmi del rinnovamento del sito della scuola, del giornalino d&#8217;Istituto e di altri progetti più o meno impegnativi.</p>
<p>Tutto questo per introdurvi al video che vedete qui di seguito, preparato dai miei ragazzi del giornalino per promuovere una raccolta fondi &#8220;sociale&#8221;.</p>
<p><iframe width="480" height="270" src="http://www.youtube.com/embed/wiVfo_Vpnj8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Il messaggio mi pare abbastanza chiaro: per stampare il prossimo numero del giornale, la redazione ha bisogno di 280 euro. Come risulta evidente anche dal video, si tratta di ragazzi in gamba, coi pregi e i difetti tipici di quell&#8217;età (tanto entusiasmo e qualche ingenuità), e meritano di far uscire la loro rivista e di sentire l&#8217;appoggio sia dei loro compagni all&#8217;interno della scuola, sia &#8211; perché no? &#8211; del &#8220;mondo esterno&#8221;. Per questo l&#8217;idea del sito di crowdfunding: volevamo trovare fondi senza andarli a elemosinare in giro tra sponsor sempre più in difficoltà, e volevamo che questa diventasse un&#8217;esperienza formativa, per imparare a conoscere il crowdfunding ed uscire ancora più motivati dall&#8217;esperienza.</p>
<p>Quindi, donate qualche soldo: bastano pochi euro e con Paypal ci si mette un attimo. Il tutto si può fare tramite questa pagina sul sito di crowdfunding Eppela.com: <a href="http://www.eppela.com/ita/projects/313/la-massa" target="_blank">http://www.eppela.com/ita/projects/313/la-massa</a>. Sono previste anche ricompense e omaggi per i più generosi.</p>
<p>Per ringraziarvi in anticipo, vi inserisco qui di seguito anche il video coi bloopers, realizzato sempre dai ragazzi. Il &#8220;10&#8243; che mi chiedono alla fine non l&#8217;hanno avuto, quindi consolateli voi.</p>
<p><iframe width="480" height="270" src="http://www.youtube.com/embed/AvHk30nwwd4" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>«Sono qui per farti compagnia»</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 11:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>scrip</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri ed editori]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Grasso]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Volo]]></category>
		<category><![CDATA[Lilli Gruber]]></category>

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		<description><![CDATA[Lilli Gruber, lo saprete fin troppo bene, conduce da anni il preserale de La7 di approfondimento giornalistico, "Otto e mezzo", dedicato a temi di attualità e soprattutto di politica [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="dropcap" style=""> L </div>
illi Gruber, lo saprete fin troppo bene, conduce da anni il preserale de La7 di approfondimento giornalistico, &#8220;Otto e mezzo&#8221;, dedicato a temi di attualità e soprattutto di politica. L&#8217;altra sera, non a caso, erano presenti Oscar Giannino e Alessandro Sallusti, due giornalisti più o meno direttamente impegnati in politica; il fatto strano è che assieme a loro era ospite anche Fabio Volo, uno che con la politica c&#8217;entra poco o nulla.La scenetta è stata sagacemente raccontata, ieri mattina, <a href="http://www.corriere.it/spettacoli/13_febbraio_09/a-fil-di-rete-il-regalo-di-gruber-volo-grasso_76275966-727e-11e2-bdf7-bdbb424637ab.shtml" target="_blank">da Aldo Grasso sul Corriere della Sera</a>. Quello che mi ha colpito è una frase detta da Volo a Lilli Gruber e sottolineata dallo stesso Grasso, con fini sarcastici: «Sono qui per farti compagnia». Secondo Grasso era una battuta autoironica, seppur falsa (Volo era infatti lì a promuovere il suo ultimo film), per sdrammatizzare il suo essere lì in studio &#8211; mentre gli altri due ospiti erano presenti in collegamento &#8211; sostanzialmente a non far nulla; secondo me, però, questa frase potrebbe essere eletta a motto di tutta la &#8220;poetica voliana&#8221;.</p>
<p>Come ricorderete, un po&#8217; per scommessa e un po&#8217; per sfida (qualcuno direbbe &#8220;sfiga&#8221;) ho letto negli ultimi anni un paio di romanzi di Volo, oltre ad aver seguito &#8211; come un po&#8217; tutti ma probabilmente meno di tutti &#8211; qualche sua trasmissione televisiva e radiofonica, e mi sono sempre chiesto quale sia il segreto di Fabio Volo, come faccia cioè a vendere così tanto e con tale costanza. La risposta, credo, sta tutta in quella frase: i libri di Volo sono lì per farti compagnia. Non per stupirti, non per farti pensare, non per cambiarti la vita: sono lì semplicemente per farti compagnia.</p>
<p>Aldo Grasso, nell&#8217;articolo sopracitato, sottolinea come la presenza di Volo fosse, a parte un paio di battute, quantomeno inutile, visto che l&#8217;attore e scrittore continuava a dichiararsi indeciso, incerto, insicuro. Ebbene, questo è  proprio ciò che fanno i suoi libri. Anni fa, dopo aver letto &#8220;Il giorno in più&#8221; in ebook, avevo provato a conteggiare i &#8220;boh&#8221;, i &#8220;mah&#8221;, i &#8220;non so&#8221; e i &#8220;chissà&#8221; e ne avevo trovati in tutto ben 88, una cifra astronomica per un libriccino di poco più di un centinaio di pagine effettive. In pratica, ogni volta che Volo si lanciava in una qualche vaghissima riflessione su ciò che aveva appena raccontato, concludeva ammettendo di non averci capito molto, il che è anche un segno di modestia e conoscenza dei propri limiti ma alla lunga diventa un po&#8217; stucchevole. Voglio dire, se devo leggere un libro che non ha da dire assolutamente nulla sul mondo o sulla vita, che non prende posizione e che non si sbilancia, posso anche tenermi i soldi.</p>
<p>Ma è proprio questo che fa vendere Fabio Volo (e che ha fatto vendere, quest&#8217;estate, &#8220;Cinquanta sfumature di grigio&#8221; e i suoi seguiti): ti tengono compagnia come il vicino di casa che ti spara le sue solite quattro banalità sul mondo, come un discorso fatto mentre si è in coda dal salumiere, come quattro chiacchiere scambiate al bar. Pensare è faticoso, essere sorpresi e in tensione è faticoso, prendere posizione e confrontarsi con le posizioni altrui è faticoso; anche leggere libri è faticoso, ed è per questo che sempre più nettamente trionfa la tv, che si può guardare distrattamente, che si può accendere mentre si fa altro, senza prestarle troppa attenzione. Leggere certi libri, almeno in questo modo, è proprio come guardare la tv: non è faticoso, ma tiene compagnia.</p>
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		<title>Un album fotografico a parole</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 18:31:58 +0000</pubDate>
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ono su Twitter dal 2008, quindi sto per festeggiare i cinque anni di cinguettii. M&#8217;iscrissi a febbraio, più che altro per curiosità; iniziai ad usarlo ad agosto, non appena ebbi in mano il primo smartphone. Da allora, stando alle statistiche del social network, ho pubblicato più di 50mila tweet, tra post originali, risposte e retweet; stando alle mie, di statistiche, sono invece a quota 9mila contando solo i tweet puri, quelli privi di mention.Come faccio ad avere delle statistiche &#8220;personali&#8221;? Facile: dal 2010 ho cominciato a raccogliere i tweet che pubblicavo, a formare un archivio di tutto quello che scrivevo; non per megalomania &#8211; o almeno non solo per quello &#8211; ma perché come forse saprete Twitter non permette di recuperare i propri vecchi tweet e a me spiaceva questa così rapida caduta nell&#8217;oblio. Sarà che sono della vergine, ma ho sempre sentito il bisogno fisico di non buttare via i pezzi, anche fugaci, della mia vita: in garage ho una collezione di più di 1.400 Topolino, più altri 4 o 5.000 fumetti di genere diverso, e più o meno ad ognuno ho associato un ricordo, un&#8217;immagine della mia infanzia e della mia adolescenza, una sensazione. Lo stesso per i miei tweet: non sono più dei tweet fini a loro stessi, sono dei catalizzatori di ricordi. Sono dei correlativi oggettivi, per usare un&#8217;espressione tanto cara a Montale e alle nostre prof d&#8217;italiano: provocano delle emozioni che nient&#8217;altro può provocare.<br />
A rileggerli oggi, i tweet intendo, c&#8217;è tutta la storia dei miei ultimi cinque anni: il pupo, da quando ha cominciato a parlare fino ad ora, con i suoi ragionamenti che mi mettono in difficoltà; la gravidanza e la nascita della pupa, che ormai si è sostituita al fratello nelle parole storpiate; infine la gravidanza e la nascita del terzopupo, che è oramai già alle pappette; e poi le varie classi, scuole e studenti attraverso cui sono passato, la disoccupazione, la pubblicazione del libro con Fazi, le recensioni e le interviste alla radio e sui giornali, di nuovo la scuola, gli approfondimenti, i progetti; e poi gli entusiasmi per i film o i telefilm, le polemiche coi troll quando ancora ero così ingenuo da caderci, e mille altre cose. In questi cinque anni è successo davvero di tutto, e tutto è cambiato mille volte; una sola cosa è costante, ed è Silvio Berlusconi: segno che il cambiamento non è affatto un male.<br />
Tutto questo per dire che Twitter, per me, è l&#8217;equivalente di un album di fotografie, ma a parole. E come con le foto, è dolce ogni tanto lasciarsi andare ai ricordi.</p>
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