Questa settimana l’articolo per “Scuola che fa rete” è completamente diverso dal solito: invece di un pezzo, per così dire, giornalistico, ho infatti inviato un qualcosa che si situa al confine tra racconto, cronaca semicomica e riflessione su alcuni aspetti dell’attività didattica dei nostri giorni. Leggetevelo.

Se prima o poi la scuola italiana crollerà, sarà di sicuro per lo scontro – titanico – tra burocrazia e (finta) innovazione. Da sempre queste due forze combattono l’una a fianco dell’altra, spesso una contro l’altra, a volte perfino da alleate contro il professore, lo studente o il genitore di turno. Due potenze occulte, imprevedibili, che non si sa se siano manovrate da una qualche intelligenza (superiore?) o se, libere e disobbedienti, perseguano solo scopi propri, tra cui, come detto, la distruzione dell’istituzione scolastica.

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Nell’articolo di questa settimana per “Scuola che fa rete” intervisto il giovane collega Giovanni Fontana, che ha sperimentato per vari mesi a scuola l’uso di Edmodo, un social network pensato espressamente per la didattica.

L’anno scolastico si avvia ormai spedito verso la sua conclusione ed è quindi un buon momento per provare a tirare le somme, per vedere quali esperienze sono state fruttuose e quali invece ci hanno lasciato l’amaro in bocca. Per quanto riguarda la didattica “digitale”, come spesso accade, gli esperimenti sono stati sporadici, saltuari, poco coordinati, affidati alla buona volontà dei singoli insegnanti più che a precisi piani nazionali, e quindi corrono il rischio di non seminare nulla, di non aiutare e invogliare i curiosi che rimangono un po’ alla finestra, interdetti dalle novità ma desiderosi di provare qualcosa di nuovo.

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Michele Serra

Michele Serra

Come forse avrete letto, qualche settimana fa il noto opinionista e autore satirico Michele Serra ha dedicato una delle sue “amache” – la breve rubrica che tiene ogni giorno su Repubblica – a Twitter, giudicandolo, con toni che non hanno mancato di suscitare polemica, un mezzo troppo breve e immediato per poter esprimere il pensiero, che finisce sempre per diventare semplicistico, sprezzante, grossolano.
Di per sé, quella di Serra – che comunque il giorno dopo ha parzialmente corretto il tiro sui toni, confermando però la sostanza delle sue idee – non è affatto una posizione isolata: la critica più diffusa alla comunicazione sintetica che accomuna sia gli sms che i tweet è di non permettere alcun ragionamento complesso, di semplificare il linguaggio e il discorso riducendoli ai minimi termini, di impoverire la lingua e il pensiero.

Queste critiche, è innegabile, hanno un fondo di verità, ma contemporaneamente non riescono a cogliere il succo del problema. Twitter e gli sms sono un modo di comunicare che attualmente – e sono pronto a scommettere che sarà così per lungo tempo – convive con decine di altri modi: nessuno si sognerebbe di attaccare i racconti per la loro brevità rispetto ai romanzi, perché si sa che entrambi hanno i loro spazi e, di conseguenza, limiti e pregi propri. Allo stesso modo, Twitter convive con molte altre tipologie espressive e, da questo punto di vista, costituisce un arricchimento e non un impoverimento dell’offerta.

Ma si può andare anche più in là. Non solo, mi sento di dire, Twitter non toglie nulla ad altre forme espressive, ma il messaggio sintetico (di 140 o 160 caratteri che sia) ha una sua dignità che può competere alla pari con forme più nobili come il saggio, il sonetto, il romanzo.
Sembra un’eresia, soprattutto perché, dopo una frase del genere, si è subito portati a paragonare il livello medio dei tweet che si legge sui social network coi grandi trattati di Aristotele, coi sonetti di Petrarca, coi romanzi di Proust: è chiaro che, se si ragiona così, la sintesi di Twitter esce sconfitta.
Ma il problema non è tanto di stabilire se i tweet siano belli come i romanzi – anche se sul livello medio dei romanzi editi oggi in Italia ci sarebbe molto da dire – quanto se abbiano le potenzialità per esprimere, in maniera letteraria e artistica, un contenuto.

La mia opinione è che i tweet abbiamo questa potenzialità, e per dimostrarlo, ciceronianamente, porto a supporto una serie di esempi del passato, cioè grandi autori che vengono studiati ancora oggi nei libri di letteratura e che si sono espressi con quelli che, a ben vedere, non sono altro che dei tweet ante-litteram. L’elenco probabilmente non è esaustivo, ma questi sono i casi che mi sono venuti in mente; se volete aggiungerne altri, c’è spazio nei commenti. Partiamo.

Eraclito

Eraclito

Eraclito
Eraclito è uno dei grandi pensatori dell’antichità, probabilmente il presocratico che, assieme a Parmenide, ha lasciato i segni e le impronte più importanti sulla filosofia successiva. Per rinfrescarvi la memoria, vi dico solo questo: primo grande teorico del divenire (cioè il cambiamento continuo a cui sono sottoposte tutte le cose), esemplificò la sua teoria con il celeberrimo esempio del “non ci si può immergere due volte nello stesso fiume” e col motto (in realtà formulato da un suo discepolo) del Panta rei. Ebbene, questo grande pensatore, ripreso e citato con grande intensità da Hegel e molti altri, fu un twittatore suo malgrado: delle sue opere, infatti, sono rimasti solo dei frammenti e da secoli viene studiato e capito (almeno si spera) proprio attraverso questi frammenti che non superano i 140 caratteri. Alcuni esempi:

Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re: e gli uni fece dei, gli altri uomini: gli uni servi, gli altri liberi.

Nello stesso fiume entriamo e non entriamo, siamo e non siamo.

Il tempo è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno.

Marco Valerio Marziale

Marco Valerio Marziale

Marziale
Marco Valerio Marziale fu un poeta romano del I secolo, celebre per le sue poesie epigrammatiche dirette e senza peli sulla lingua, che mettevano in mostra e deridevano i vizi della capitale dell’Impero. Una sorta di Bukowski dell’antichità, solo più fulminante, duro e – addirittura – volgare. L’epigramma, cioè il componimento brevissimo, diventa qui poesia civile ed etica, mescolandosi al sarcasmo ed arrivando a colpire dove la prosa, più discorsiva e inevitabilmente cauta, non potrebbe lasciare lo stesso solco. Ma, in ogni caso, bastano alcuni esempi per rendersi benissimo conto della situazione:

Hai lungo il cazzo come il naso, Pàpylo:
quando si rizza, il tuo naso l’annusa!

A un servo messo in croce tu hai reciso
pure la lingua, Pontico. Che credi?
Che il popolo non parli, se lui tace?

Non è peccato, Lesbia, se del cazzo
t’empi la bocca e poi l’acqua trangugi:
lo sciacquone tu l’usi dove occorre!

Blaise Pascal

Blaise Pascal

Pascal
Un altro filosofo, questa volta più moderno, è il francese Blaise Pascal, vissuto attorno alla metà del Seicento e noto anche per i suoi studi matematici. Considerato un anticipatore dell’esistenzialismo, è un filosofo atipico, poco sistematico, che anzi tende a sottolineare soprattutto i limiti, più che i pregi, della filosofia. Pure lui fu twittatore suo malgrado, anche se qui non si tratta di un problema di fonti che sono andate perdute, ma di biografia: il buon Pascal, infatti, trapassò ancora abbastanza giovane, a 39 anni, lasciando incompiuta una grande opera a cui stava lavorando da tempo. Quest’opera venne pubblicata, postuma, col titolo di Pensieri, raccogliendo tutti gli appunti più o meno lunghi che Pascal aveva steso. Alcuni sarebbero dei tweet perfetti:

Ridersela della filosofia significa filosofare per davvero.

È assai più bello sapere un po’ di tutto che saper tutto di una cosa.

Non cerchiamo mai le cose, ma la ricerca delle cose.

Kobayashi Issa

Kobayashi Issa

Haiku
Gli haiku sono poesie tradizionali giapponesi la cui metrica è stata formalizzata nel XVII secolo e che, negli ultimi decenni, hanno avuto un certo successo pure in Occidente, tanto che alcuni poeti europei e americani hanno provato a cimentarsi con questo particolare genere poetico. Le regole sono molto semplici: un haiku è formato da tre versi (che possono essere di diversa lunghezza) per un totale complessivo di 17 sillabe, non una di più, non una di meno. E con 17 sillabe si usano, in italiano, ben meno di una cinquantina di caratteri. Alcuni esempi, tratti sia dalle versioni più tradizionali giapponesi, sia, nell’ultimo caso, da alcuni tentativi di scrittori moderni:

In questo mondo
anche la vita della farfalla
è frenetica.
(Kobayashi Issa)

Nel vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d’acqua.
(Matsuo Basho)

Brace d’inverno
i capelli tuoi
dove il mio cuore brucia.
(Stephen King)

Oscar Wilde

Oscar Wilde

Wilde
Oscar Wilde non dovrebbe, a rigore, essere citato in questa lista: nella sua produzione si annoverano commedie, romanzi, poesie e saggi, ma niente di “breve” o comunque limitato nella misura. Nonostante questo, lo scrittore irlandese è passato alla storia anche come autore di aforismi, che non raccolse mai durante la vita in un’opera specifica ma per i quali era comunque particolarmente portato. Assieme a Jim Morrison, spesso citato a sproposito, Wilde è insomma l’autore delle più famose frasi “da diario” che da decenni popolano i diari degli studenti, o quantomeno di quelli più interessati alla cultura e/o al motto di spirito. Anche qui, spazio agli esempi:

Al giorno d’oggi i giovani immaginano che i soldi siano tutto, e quando diventano vecchi scoprono che è così.

L’uomo ha abbastanza memoria per ricordare centinaia di aneddoti, ma non ha abbastanza memoria per ricordare a chi li ha già raccontati.

Un uomo che non ha pensieri individuali è un uomo che non pensa.

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein

Wittgenstein
Ludwig Wittgenstein è un altro filosofo, simile da un certo punto di vista a Eraclito e Pascal: come Eraclito, infatti, potrebbe essere definito “oscuro” per un modo di filosofare sintetico, criptico, allusivo; come Pascal, d’altro canto, visse una vita quasi da recluso, ritirandosi dalla scena e preferendo uno stile austero, quasi di povertà. In vita pubblicò un’unica opera, il Tractatus logico-philosophicus, formato da un insieme di asserzioni, molto brevi, numerate. In pratica dei tweet organizzati metodicamente. Ecco alcuni esempi (tratti anche dalle sue opere postume, perché lo stile che adottò rimase lo stesso):

Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere.

Con i miei numerosi segni d’interpunzione in realtà io vorrei rallentare il ritmo della lettura. Perché vorrei essere letto lentamente.

Anche i pensieri talvolta cadono immaturi dall’albero.

In conclusione, in 140 caratteri o meno sono state scritte alcune delle opere più importanti e studiate della nostra cultura: dall’antichità al Novecento, la storia del pensiero (anche quello più complesso e “difficile”) passa attraverso la sintesi estrema, l’aforisma, l’enunciato oscuro. Alla faccia dei dubbiosi e di chi pensa che la tecnologia, Twitter e i cellulari ci stiano rovinando la vita: se la nostra vita è rovinata, è solo per colpa di quello che scriviamo, in quei 140 caratteri.

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Starnone e la Mastrocola

by scrip on 22 aprile 2012 · 0 comments

in Scuola

"Ex cattedra e altre storie di scuola" di Domenico Starnone

"Ex cattedra e altre storie di scuola" di Domenico Starnone

Sto leggendo, con colpevole ritardo, Ex cattedra e altre storie di scuola, simpatico volumetto che raccoglie il celebre Ex cattedra e varie aggiunte e raccontini comici di ambito scolastico scritti da Domenico Starnone. È un libro per certi versi diverso ma per certi altri molto simile a quello che ho scritto io, Per chi suona la campanella, e anche se i temi e gli stili sono differenti mi sento molto vicino alla sensibilità di Starnone.
Stavo leggendo, l’altra sera, il “racconto” – che è in realtà una sorta di reportage comico – intitolato Il collega Starnone quando mi sono imbattuto in una paginetta che è la miglior risposta possibile a Paola Mastrocola e al suo libro Togliamo il disturbo, scritto tra l’altro qualche anno dopo. Per capire cosa sostiene la Mastrocola potete dare un’occhiata qui.

Scrive Starnone:

Oggi però mi sono detto che la perdita di autorità spinge molti colleghi a sostenere, per difendersi, che le nuove generazioni stanno diventando sempre più stupide. Molti docenti lo dicono senza peli sulla lingua e con toni furibondi. È un circolo vizioso, non so cosa si può fare. Più autorità forse li rabbonirebbe. Per esempio, se gli allievi simulassero di pendere dalle loro labbra, la gioventù studiosa gli apparirebbe più intelligente? Se, quando fingo di appassionarmi alla mens mondana e al circuitus spiritualis di Marsilio Ficino – tutta roba che ho studiato in fretta e furia ieri sera per tenere una lezione sul neoplatonismo oggi -, loro fingessero a loro volta attenzione e partecipazione, mi sentirei più realizzato e li guarderei con maggior affetto? Non so. Se insegnanti e studenti e presidi e ministri mentissero, minando per il mondo esterno un’efficacia festosa del rito dell’istruzione, il rito diventerebbe meno efficace? La finzione di una scuola in ordine farebbe funzionare meglio la scuola?

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Nell’articolo di questa settimana per “Scuola che fa rete” ritorno sul tema delle adozioni dei libri digitali, affrontandolo da un punto di vista più “tecnico” che riguarda i diritti d’autore e le motivazioni degli insegnanti.

Un paio di settimane fa, nella puntata precedente di questa rubrica, ho parlato di libri di testo: della normativa che impone di adottare solo libri disponibili in formato digitale o “misto” e di alcune iniziative, sparse per l’Italia, che cercano di cogliere – davanti a tante speranze disattese – il meglio dello spirito di questa normativa. Tra queste iniziative citavo, quasi en passant, anche Book in progress.
Tempo qualche ora e ho ricevuto, via mail, oltre ai soliti commenti anche un link ad un articolo che approfondiva la questione da un punto di vista completamente diverso dal mio, più interessato all’ottica del diritto d’autore che alle opportunità didattiche dell’iniziativa.

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